Pratica Collaborativa: primi bilanci e prospettive di sviluppo

Il punto dell’avvocato

di Daniela Stalla

 

In Italia la Pratica Collaborativa in materia familiare è ormai una bella realtà. Dopo i primi anni in cui alcuni volonterosi pionieri si sono dedicati a studiare la materia e ad approfondirne temi e metodologie, spesso anche sfidando lo scetticismo di parte dei colleghi, oggi la comunità interdisciplinare dei professionisti collaborativi conta in Italia oltre 300 praticanti ed è parte attiva e propositiva di un movimento che si sta sviluppando in contemporanea nei principali paesi europei.

In tutti le località italiane in cui sono attivi Gruppi di Pratica Collaborativa i casi si stanno moltiplicando ed i risultati in termini di conclusioni positive si stanno rivelando conformi alle aspettative: la stragrande maggioranza dei conflitti gestiti con il metodo collaborativo si conclude con accordi soddisfacenti, che hanno buona probabilità di durare nel tempo.

Le ragioni di questi risultati positivi non stanno in nessuna formula magica, ma si fondano sull’applicazione attenta delle metodologie di risoluzione non conflittuale delle controversie, sviluppate in primis dalla scuola di Harvard, e sul riconoscimento del fatto che la gestione del conflitto familiare richiede un approccio multidisciplinare: legale, psicologico ed economico che il solo intervento del legale, anche se specializzato, può non riuscire a realizzare compiutamente.

Gestendo il conflitto con il metodo collaborativo ci siamo resi conto che questo è non solo un approccio estremamente efficace, ma consente anche soluzioni più rapide ed in definitiva meno costose rispetto a quelle ottenute con la negoziazione classica. Un tavolo di negoziazione in cui i professionisti sono ben affiatati e lavorano in base a principi di competenza da un lato e di buona fede dall’altro e che si pone come obiettivo il raggiungimento di soluzioni win-win, consente di tagliare tutte quelle fasi della negoziazione classica che sono preordinate invece all’ottenimento del massimo risultato possibile per una delle parti, e che considerano l’altra parte in posizione avversaria.

E’ chiaro che per affrontare consapevolmente questo metodo i professionisti debbono accettare di mettere in discussione se stessi e quanto hanno applicato nel loro lavoro fino al giorno prima. Per gli avvocati il cambiamento di paradigma è totale, poiché richiede la comprensione profonda anche delle ragioni dell’altro e la competenza per aiutare il proprio cliente a gestire il conflitto in modo non oppositivo ed a concentrarsi sui veri bisogni piuttosto che su posizioni rigide, che spesso non corrispondono alle reali esigenze della persona.

Lo studio della mente umana ci insegna che nel momento in cui si trova a gestire un conflitto devastante come quello che caratterizza la separazione, l’individuo ha una capacità di utilizzazione del proprio cervello che è estremamente limitata e riesce a concentrarsi solo sul soddisfacimento di bisogni primari. Nello stesso tempo, il soggetto coinvolto in una vicenda separativa è chiamato a prendere decisioni che saranno determinanti per la vita futura sua e dei suoi figli. Questo è un dato del quale è indispensabile tenere conto nel momento in cui si affianca un cliente per aiutarlo a trovare la migliore soluzione dei suoi problemi. Dobbiamo avere sempre presente che quello che il cliente vuole o crede di volere può non essere un obiettivo ponderato e dobbiamo aiutarlo a riflettere su quelle che sono le esigenze reali sue e del suo nucleo familiare.

Abbiamo sperimentato che porsi in posizione di aiuto e di ascolto non significa assolutamente snaturare il nostro ruolo di legali, ma è un modo diverso di svolgere la professione legale. Si può assumere un ruolo tutelante del proprio cliente e fornirgli consulenza giuridica qualificata senza che per forza questa debba manifestarsi con una prova di forza nei confronti di un “avversario”, e ciò a maggior ragione quando l’“avversario” è colui o colei che seguiterà a condividere con chi assistiamo il fondamentale ruolo genitoriale.

Il risultato di questo approccio è una gestione del conflitto meno invasiva e più attenta ai bisogni delle persone ed al loro benessere personale e sociale.

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Anche il nostro legislatore sembra ora essersi accorto dell’importanza che la negoziazione stragiudiziale può rivestire nella gestione del conflitto. La nuova legge sulla Negoziazione Assistita va proprio in questa direzione ed è stata salutata dai professionisti collaborativi come un importante segnale di attenzione. La Negoziazione Assistita è per l’avvocato collaborativo un utile strumento in più, poiché consente di evitare, una volta raggiunto l’accordo, il passaggio innanzi al Tribunale.

La Negoziazione Assistita è però anche una procedura vuota a cui il legislatore non ha ritenuto di attribuire contenuti. Non è stato previsto un percorso di formazione alla negoziazione; non sono stati forniti indirizzi chiari su quali siano i requisiti necessari per negoziare (non si dice nulla, ad esempio, sulla trasparenza); non è stato previsto che l’avvocato che assiste la parte nella Negoziazione Assistita non possa poi assisterla giudizialmente in caso di esito negativo della trattativa (requisito che è invece imprescindibile nella Pratica Collaborativa). Ciò induce a salutare la novità legislativa con estremo interesse, ma anche a considerarla uno strumento da utilizzare con il giusto bagaglio di conoscenza e, soprattutto, assicurandosi in anticipo che la Negoziazione Assistita sia condotta da colleghi che condividono con chiarezza la stessa metodologia di azione e le stesse finalità.

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Grazie alla interdisciplinarietà che caratterizza la Pratica Collaborativa, dalla quale è sorta una bella esperienza di condivisione e di lavoro comune con le altre professionalità coinvolte, si sta ora sviluppando in Italia, in parallelo con il resto d’Europa, l’idea che questa metodica possa rivelarsi utile anche in settori totalmente diversi da quello familiare e tipici invece del settore del diritto civile e commerciale.

Durante gli ultimi due anni chi scrive ha avuto il privilegio di essere coinvolta nella nascita e nello sviluppo di un think tank costituito da un gruppo di commercialisti, economisti, imprenditori, coach aziendali che ha avviato una riflessione estremamente stimolante su come la procedura collaborativa possa essere esportata anche nella risoluzione dei conflitti in ambito civile e commerciale.

Ne sono nate riflessioni teoriche assolutamente coinvolgenti sul ruolo sociale del professionista e sull’idea di impresa come bene di tutti e si stanno sviluppando ipotesi pratiche che aprono scenari inediti, ma molto accattivanti, per le professioni coinvolte.