Il necessario cambiamento di paradigma dell’avvocato collaborativo

Avvocato collaborativo e pratica collaborativa – Dopo anni di lavoro basati sulla difesa della posizione del proprio cliente, sullo scontro, più o meno corretto con il collega, e sull’attività decisionale che ci viene richiesta e delegata dall’assistito, il cambio di paradigma dell’avvocato collaborativo non è affatto facile; gli errori sono all’ordine del giorno e già il saperli ammettere con umiltà è un successo di cui dobbiamo andare fieri. Già il termine umiltà, diciamolo pure, non fa parte del nostro DNA, così come l’ascoltare (poi impareremo anche a farlo anche attivamente) al posto del parlare e spiegare al cliente come si deve comportare, non è cosa facile come sembra.

Non è facile, ma è possibile

Non è facile scendere dal nostro piedistallo di professionisti autorevoli, dispensatori di buoni consigli, per calarsi “nella palude del conflitto” come scrive Donald Shon nel suo libro “Il professionista riflessivo”, disposti a sporcarci le mani per aiutare i nostri clienti a trovare la strada per uscire dalla “loro” palude.

Lo sguardo dell’avvocato collaborativo poi, deve imparare ad essere bifocale, non più rivolto solo al proprio cliente, ma anche all’altra parte, senza la soddisfazione della quale nessun accordo potrebbe essere veramente condiviso.
Tutto ciò senza perdere di vista l’importanza di mantenere la fiducia del nostro cliente, che deve continuare a sentirsi “accompagnato” dal proprio legale.

Pratica collaborativa significa anche soddisfazione

Rispetto al modo tradizionale di operare, però, qualcosa ci ripaga, fin da subito, di tutti questi sforzi: il potersi confrontare con fiducia e responsabilità con il collega e tutti i membri del team è, a mio avviso, uno dei più bei regali della pratica collaborativa. Questa pure è una modalità che non ci appartiene, ma che ben presto riconosciamo essere un valore aggiunto di sicuro aiuto e sostegno a tutti noi, più o meno esperti e con più o meno casi alle spalle. Bisogna però che tutto questo (e tanto altro ancora) ci entri dentro poco per volta, perché deve essere una trasformazione reale e profonda che, una volta avvenuta, ci permetta di proseguire con sicurezza ed affrontare anche le critiche che spesso ci provengono dall’esterno.

L’avvocato collaborativo nella pratica

Proprio in occasione della recente entrata in vigore della legge sulla negoziazione assistita, un noto matrimonialista dichiarava: “la negoziazione assistita sarà tanto più veloce e di successo quanto più l’avvocato è autorevole tra le parti”. Ecco, questa è la figura tradizionale del “buon avvocato” diffusa nell’immaginario collettivo, che non appartiene per nulla al nostro modo di operare. E il senso comune fa fatica a modificarsi.

Dobbiamo essere consapevoli che la strada per la diffusione della pratica collaborativa è ancora lunga e piena di ostacoli. La nostra sfida è percorrerla con serenità ed entusiasmo.

di Mariacristina Mordiglia