La Giuria, riunita in camera in consiglio, nelle persone di:   Massimo Bacchetta Ciro Cascone Cristina Colli Enrico Pandiani Jolanda Restano Gloria Servetti Don Lorenzo Simonelli Lina Sotis Lucia Vasini   udite la requisitoria della Pubblica Accusa, nella persona del dott. Claudio Renzetti, e l’arringa difensiva del legale di parte, avv. Francesca King, sentiti i testimoni ha...

Avvocato collaborativo e pratica collaborativa - Dopo anni di lavoro basati sulla difesa della posizione del proprio cliente, sullo scontro, più o meno corretto con il collega, e sull'attività decisionale che ci viene richiesta e delegata dall'assistito, il cambio di paradigma dell’avvocato collaborativo non è affatto facile;...

di Carla Marcucci Il 14 febbraio 1990 Stu Webb, avvocato matrimonialista in Minnesota, scriveva al giudice Sandy Keith “I have unilaterally declared that I will not go to court in an adversarial matter” preannunciando che non avrebbe più patrocinato cause contenziose per l’insoddisfazione dei loro risultati...

Il ‘processo collaborativo’ è un metodo innovativo di regolamentazione non contenziosa dei conflitti, che può sintetizzarsi con il seguente paradigma: “dal contraddittorio al dialogo”, e che si avvale dell’arte della negoziazione di quegli avvocati che operano in diritto di famiglia che sanno individuare soluzioni pacifiche,...

Pubblichiamo un articolo dell’avv, Maria Cristina Bruno Voena, Avvocata familiarista del Foro di Torino, membro dell’Associazione Italiana degli Avvocati di Diritto Collaborativo (AIADC) e dell’International Academy of Collaborative Professionals (IACP) su un nuovo modo di separarsi in modo etico, rispettoso e civile attraverso la pratica collaborativa con l’ausilio di un diverso tipo di avvocato I dati elaborati dall’Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT) relativi a separazioni e divorzi, pubblicati nell’anno 2013 e riferiti al 2011, ci dicono che, nel 2011, in Italia, le separazioni sono state 88.797 e i divorzi 53.806. Di più: ogni 1.000 matrimoni, si sono contati 311 separazioni, e 182 divorzi. Se si guarda al 1995, i numeri indicano che ogni 1.000 matrimoni, si contavano 158 separazioni e 80 divorzi. Dalle indicazioni appena fornite, appare del tutto evidente l’esponenziale incremento delle crisi coniugali che sfociano in una interruzione della convivenza. Tanto che i professionisti del settore si vedono impegnati, ormai da tempo, a fornire risposte adeguate ai bisogni espressi dalle coppie che affrontano il percorso separativo. I dati ISTAT ci confermano la tendenza sempre più manifesta degli avvocati a cercare con notevole impegno soluzioni concordate, al di fuori del contesto giudiziario: nel 2011, infatti, l’84,8% delle separazioni e il 69,4% dei divorzi si sono risolti in modo consensuale. Ne consegue che, nonostante la circostanza sopra dedotta non trovi nei media la giusta risonanza, sono percentualmente pochi coloro che decidono, quando il matrimonio finisce, di affidare al giudice il compito di soddisfare le loro aspettative di rivalsa per i tradimenti vissuti, i torti subiti, le difficoltà sopportate, di combattere per l’assegnazione della casa, l’affidamento dei figli, l’assetto delle questioni economiche. Salvo, poi, peraltro, restare, assai spesso, invariabilmente delusi. Delusi perché sono mancate l’attenzione e la comprensione auspicati, perché i tempi della giustizia non sono più compatibili con quelli della vita quotidiana e, anche, perché i costi di questa – denegata – giustizia sono troppo alti, sia in termini economici, sia in termini psicologici. Molti sono, invece, coloro che, sinora, hanno affidato all’avvocato il compito di raggiungere un accordo di separazione o divorzio, restando il più possibile fuori dalla trattativa. Anche questo metodo, però, si sta rivelando ormai obsoleto: le condizioni di separazione o divorzio raggiunte attraverso una trattativa condotta dai soli avvocati, infatti, non sempre si attagliano alle peculiari esigenze della specifica famiglia cui sono destinate, ma rappresentano, per lo più, il frutto dell’applicazione di clausole standard adattate al caso, universalmente valide e tradizionalmente accettabili, anche per i giudici. Soprattutto, il ruolo dei legali all’interno della trattativa resta ancorato all’idea che occorra tutelare la “posizione” del cliente, pur se in un’ottica di più generale attenzione alla salvaguardia dell’interesse dei figli, piuttosto che gli specifici bisogni della famiglia, sicuramente più importanti, invece, ai fini della realizzare di un progetto di vita futura saldo e duraturo per tutti. Così, proprio per coinvolgere maggiormente le parti nel processo separativo, è stata introdotta, da qualche anno, la mediazione familiare: un metodo che, però, benché assolutamente pregevole rispetto allo scopo che si prefigge, non ha avuto lo sviluppo e la diffusione che ci si sarebbe aspettati. Ciò, soprattutto, a causa dello scollamento troppo spesso voluto dai mediatori tra la loro stanza e lo studio degli avvocati. La mancata possibilità di verificare costantemente la rispondenza ai principi di diritto delle singole scelte operate può, infatti, ingenerare nell’utente una sgradevole sensazione di scarsa tutela sotto il profilo giuridico. Così come l’imparzialità del mediatore stesso ed il fatto che egli sia unico per entrambi i partners ed equidistante da essi può lasciare una sensazione di smarrimento e solitudine, dovuta al fatto che non si riceve adeguato sostegno da parte di un soggetto “dedicato” in un momento nel quale si operano scelte importanti per il nuovo, diverso futuro. Di conseguenza, è avvenuto che molte coppie si siano scoraggiate all’idea di intraprendere o coltivare un percorso di mediazione familiare. A tal punto, constatata la scarsa risposta all’offerta mediativa, si è fatto strada il pensiero secondo cui le controversie familiari dovevano essere affrontate in modo diverso, utilizzando un metodo di partecipazione attiva delle parti – ciascuna delle quali seguita da un proprio avvocato – alla progressiva costruzione dell’accordo, seguendo un comportamento rispettoso e civile, che consentisse loro di ripartire con un nuovo progetto di vita che tutelasse davvero gli interessi di tutta la famiglia. E con costi complessivamente più accettabili, se confrontati con quelli relativi alle procedure tradizionali. Quella appena descritta può sembrare un’utopia, ma lo statunitense Stuart Webb, inventando il diritto collaborativo (www.collaborativepractice.com), ha reso possibile realizzarla: e, in Italia, un gruppo di avvocati (donne, soprattutto) ha creduto nella bontà di questa pratica ed ha deciso di “importarla”. L’idea di fondo è lavorare in team: i due partner, i due avvocati “collaborativi” (uno per parte) e, quando necessario, un commercialista e/o un esperto di relazioni familiari e/o un esperto di psicologia infantile e/o un esperto di questioni finanziarie, anch’essi formati alla pratica collaborativa.