Chiamami col mio nome

Articolo scritto da: Marcucci Carla | No Tags | Articoli

È un rischio trattare del Ddl Pillon, di cui tutti oggi parlano, proponendosi quel disegno di legge di regolamentare un tema “caldo” come quello della gestione dei figli quando una coppia si separa.
È un rischio perché nel confronto, spesso molto polemico ed assai strumentale, è facile essere fraintesi ed apparire contrari proprio ai valori nei quali si è sempre creduto.
Voglio qui affrontare questo argomento non parlando di affidamento, assegni di mantenimento ed assegnazione della casa familiare e senza alcun intento di trattazione del tema da un punto di vista tecnico e di analisi del testo.
Voglio trattarne da una prospettiva diversa e più generale e partire, invece, da un’altra considerazione, che sta a monte del tipo di soluzione scelta per regolamentare la famiglia dopo la separazione.
Il disegno di legge Pillon ha scelto una strada: quella di dare a tutte le famiglie in crisi un’unica soluzione.
È di questo che voglio parlare ed è questo che ritengo straordinariamente pericoloso e contrario all’interesse di bambini, adulti e, più in generale, di un Paese che abbia a cuore di promuovere al suo interno la crescita di cittadini responsabili e consapevoli, capaci di effettuare scelte appropriate.
Non è la soluzione prospettata dal disegno di legge Pillon – che può essere la migliore o la peggiore possibile, a seconda dei casi – che non mi piace. È l’unicità della soluzione che trovo inaccettabile.
La separazione di una coppia non è mai un evento semplice da affrontare, perché rappresenta un cambiamento complesso che coinvolge più aspetti, che non possono trovare soluzione, sia da parte dei diretti interessati che da parte dei professionisti che li assistono o dei giudici che dovessero decidere “il caso”, applicando una ricetta standard ma solo individuando una soluzione da tagliare su misura per ciascuna famiglia, proprio come un vestito di sartoria, cucito addosso alle singole persone piuttosto che prodotto in serie, con la possibilità di un diverso grado di corrispondenza alla taglia di ciascuno a seconda delle modalità con le quali la coppia avrà deciso di gestire la separazione.
Quello dell’omologazione delle soluzioni – una sola uguale per tutti – rappresenta in ogni caso un modo semplice e semplicistico che non è mai adatto a risolvere una situazione complessa.
Rappresenta una soluzione che, nella sua prevedibile evoluzione, induce a ritenere che una separazione possa essere risolta automaticamente, attraverso l’inserimento di una domanda compilata su modulo prestampato in una macchina che restituisce un ticket, una sorta di lasciapassare per un’altra chance di vita, con una soluzione che è sempre la stessa, uguale a tutte le altre.
Direi, anzi, che il Ddl Pillon è andato anche oltre, perché non ha affidato neppure all’elaborazione degli algoritmi la soluzione del caso concreto avendo già deciso, a priori, che non c’è alcun spazio per differenziare una soluzione dall’altra.
I valori che si negano, così facendo, tagliandone i costi e la fatica ma anche gli straordinari, possibili risultati, sono l’ascolto, la relazione, la comprensione, la pazienza del sostare, darsi un tempo e lavorare per trovare una soluzione specifica, adatta a quella singola ed unica famiglia.
In altre parole passa l’idea – del tutto illusoria – che possa escludersi quel percorso che solo, se ben fatto, può trasformare un momento di crisi in un’incredibile ed inaspettata opportunità di cambiamento e di crescita, nell’ambito della quale grandi e piccoli possano sviluppare quelle potenzialità evolutive che una convivenza non più funzionale rischierebbe di paralizzare.
Un bambino non ascoltato nelle sue specifiche esigenze, un adulto non compreso nei suoi interessi, intere famiglie regolamentate come se fossero truppe da mettere in riga, come potranno mai formare un popolo di persone che faccia grande, nel senso di maturo, il proprio Paese?
Questo dovrebbe interessare a chi governa un Paese, l’impatto delle soluzioni scelte sulla promozione delle capacità evolutive dei cittadini.
E noi, che di questo Paese siamo i cittadini, che Paese vogliamo, per noi e per i nostri figli, per le generazioni che lo abiteranno dopo di noi?
Sarebbe facile schierarsi a favore o contro il Ddl Pillon e dividersi, secondo quelli che possono sembrare i propri interessi immediati, gli uomini da una parte e le donne dall’altra.
Ma gli uni e le altre avrebbero uno sguardo davvero corto se oggi facessero questo, cadendo nella trappola dello scontro di genere, non rendendosi conto che in gioco qui non c’è un assegno di mantenimento da risparmiare o una casa da non perdere, o i figli da dividersi a metà, ma molto di più, ossia il diritto, di tutti, a non essere considerati un numero della cui vita si possa decidere sbrigativamente, come se ogni situazione fosse uguale a mille altre, come se le persone fossero prive di un nome e di una storia, trasparenti, identificate solo dal bollino che tutte le rappresenta in una indistinta ed indifferenziata categoria, quella di far parte della grande, unica famiglia dei “separati”.
In un paese dove la creatività appartiene al DNA dei suoi cittadini sarebbe davvero paradossale che rinunciassimo a utilizzarla proprio quando essa è indispensabile, per generare soluzioni che risolvano adeguatamente un conflitto.
Nell’800 Tolstoj scriveva che «Tutte le famiglie felici sono simili tra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo» e oggi sappiamo che anche le famiglie felici non sono più simili le une con le altre poiché ciascuna trova la felicità nei molti, diversi modi di fare famiglia che ormai anche il diritto ha legittimato.
Proprio adesso che abbiamo conquistato questa libertà nel formare una famiglia, come possiamo accettare di avere un unico modello di famiglia separata?
Pensare di ingabbiare la soluzione del conflitto familiare in un’unica soluzione è un’idea contraria ad un paese moderno e rappresenta un ritorno all’antico, quando esistevano un unico modello di famiglia consacrata dal diritto ed un’unica soluzione per regolamentarne la crisi. Quella soluzione era solo di segno opposto a quella oggi proposta dal Ddl. Pillon ma, si sa, spesso soluzioni opposte si basano su analoghi paradigmi.

 

Carla Marcucci