La Pratica Collaborativa. Dialogo fra teoria e prassi

Articolo scritto da: Aiadc | No Tags | Articoli

 

Uno strumento indispensabile per la formazione di base e l’approfondimento in itinere.

 

 

Si conosce più di un aneddoto sul Professor Albert Einstein, ma uno in particolare mi ha sempre colpita.

Mentre insegnava in università, un giorno accadde un episodio curioso. Erano appena stati distribuiti i questionari d’esame agli studenti quando un assistente, dimostratosi sempre particolarmente diligente, raggiunse allarmato il Professore. “Professor Einstein abbiamo un problema! C’è stato un errore, abbiamo distribuito un test che avevamo già somministrato nella sessione d’esame precedente!”. Il Professore indugiò con lo sguardo sul suo zelante assistente e poi serafico gli rispose “Ha ragione. Ma non si preoccupi, le domande sono le stesse ma le risposte, nel frattempo, sono cambiate”.

Il libro a cura di Marco Sala e Cristina Menichino, con la collaborazione di numerosi autori, rappresenta il tentativo, riuscito, di proporre una riflessione teorica e pratica sul metodo della Pratica Collaborativa quale risposta nuova a quesiti già posti.

Una realtà che ormai anche in Italia ha conquistato uno spazio significativo nel panorama delle ADR, in particolare – ma non solo – in materia di famiglia e che finalmente dal 2017  può contare su una formazione tutta italiana.

Nata oltreoceano e sviluppatasi ormai in buona parte del nostro continente, la Pratica Collaborativa – introdotta nel nostro Paese a partire dal 2010 ad opera di alcuni “visionari” – si propone, attraverso il testo “La Pratica Collaborativa. Dialogo fra teoria e prassi”, come una matura, rigorosa ed efficace opzione per la trattazione dei conflitti familiari o, più in generale, di quei conflitti dove sia interesse delle parti tener conto anche della componente relazionale che caratterizza la controversia.

 

I contributi che si susseguono nel libro – quelli prevalenti degli autori italiani così come quelli “ospitati“ dei professionisti stranieri – rafforzano la diversa interpretazione che va diffondendosi nel mondo anglosassone dell’acronimo A.D.R.

I metodi non contenziosi non sono più considerati, infatti, solo nel senso tradizionale di “alternativi” (A.D.R. come alternative dispute resolution) bensì nel senso più moderno di “appropriati” (A.D.R. come appropriate dispute resolution). Secondo questa prospettiva, la Pratica Collaborativa rappresenta quindi una scelta originale non solo nella direzione del contenimento del contenzioso a fini deflativi dei carichi giudiziari ma piuttosto ed in modo più pregnante, nel senso che la ricerca di soluzioni lontane dai tribunali contribuisce a fornire “una giustizia più giusta”, a migliorare la qualità della tutela delle parti, in sintesi a rendere al cittadino un servizio più “appropriato”. E in questa prospettiva formarsi alla Pratica Collaborativa rappresenta per i professionisti che si occupano di controversie familiari un’occasione straordinaria di arricchire, a vantaggio dei propri clienti, il ventaglio delle opzioni procedurali possibili ampliando così le loro opportunità di scelta.

 

Il testo, che si configura opera a più voci, rappresenta – dopo la traduzione italiana del libro della canadese Nancy Cameron a cura di Cristina Mordiglia “La Pratica Collaborativa. Approfondiamo il dialogo.” – lo strumento che mancava nella cassetta degli attrezzi del professionista collaborativo. Propone, infatti, una seria, accurata e prima riflessione sullo stato dell’arte della Pratica Collaborativa in Italia ed è diventato uno strumento prezioso tanto per la formazione di base di nuovi professionisti collaborativi quanto per professionisti già formati, consapevoli della necessità di non considerarsi mai arrivati.

Fino ad oggi chi avesse voluto comprendere le peculiarità di questo metodo di lavoro non avrebbe che potuto affidarsi alla letteratura straniera, peraltro vasta e puntualmente richiamata nel testo a cura di Sala e Menichino, oppure basarsi sulla testimonianza diretta ma personale di chi a questo metodo si era già formato grazie a corsi importati in Italia da oltreoceano. E anche chi, già formato, avesse voluto approfondire la propria conoscenza non avrebbe avuto a disposizione che quelle stesse fonti con l‘ovvia barriera non solo linguistica ma, in senso lato, culturale.

 

Finalmente ora, gli uni e gli altri possono confrontarsi con un prodotto “Made in Italy” che della nostra cultura mutua la creatività, la cura dei dettagli, il taglio sartoriale, quegli stessi elementi che caratterizzano anche la produzione “Made in Italy” dei corsi di formazione.

 

Il libro non è un manuale in senso stretto, come tengono a precisare i curatori. Raccoglie un sapere definito ma non definitivo, non limitandosi all’enunciazione dei soli elementi teorici fondamentali e distintivi del metodo.

A 8 anni dalla sua introduzione in Italia e con una comunità di professionisti cresciuta esponenzialmente nel corso dell’ultimo anno grazie ai corsi di formazione a marchio italiano, per la Pratica Collaborativa non è ancora il tempo della sintesi ma quello della espansione ed ogni contributo nel libro contiene in sé le domande, le sollecitazioni, le aperture nella direzione di un sapere in crescita che troverà ulteriori stimoli di riflessione nella pratica e nelle Pratiche di ciascun professionista, come certamente suggerisce la lettura della seconda parte del libro, quella dedicata alla presentazione dei casi, a cura di Francesca King ed Elisabetta Zecca.

 

Tempo fa ho letto una frase folgorante, non so più bene nemmeno dove, “Se hai capito tutto sei male informato”; è un paradosso – di quelli a cui la Pratica Collaborativa ci ha abituato come quello coniato da Carla Marcucci “Tutti uniti per separarsi” – con la forza e la straordinarietà delle cose che riescono a contenere le contraddizioni (e nelle controversie familiari non vi è chi non ne conosca la frequenza).

Ecco, mi piacerebbe riproporlo nella versione “Sei hai capito tutto sei male formato”; credo che la migliore formazione sia quella che non fornisce tutte le risposte ma che aiuta a farsi buone domande ed il primo libro italiano sulla Pratica Collaborativa non rinuncia a questa attitudine, quella di chi non si accontenta di un sapere dal sapore stantio ma, saldamente ancorato ai principi, rimane aperto al nuovo, all’imprevisto.

 

Avete presente la sensazione che si prova alla fine di un buon pasto quando ci si alza dalla tavola soddisfatti ma non sazi, appagati per la qualità e non sopraffatti dalla quantità con il desiderio di ritornare presto ad assaporare la pietanza per cogliere nuove sfumature di gusto?

Una buona formazione dovrebbe trasmettere lo stesso desiderio, guai a chi si sentisse definitivamente appagato, a chi si illudesse di aver capito tutto, a chi non sentisse più alcuno stimolo per risedersi a tavola.

 

In conclusione una citazione presa a prestito dal mondo del jazz, ambiente dentro il quale la Pratica Collaborativa pare sentirsi a suo agio, vista la frequenza con cui è stato “saccheggiato“ (si veda ad esempio il video “Collaborative Jazz. A session by Stu Webb“ richiamato anche nel libro).

 

Il grande Charlie Parker diceva “Impara tutto sulla musica e sul tuo strumento, poi dimentica tutto sia sulla musica che sullo strumento e suona come ti detta il tuo animo“.

Da qui l’invito ai nuovi e i “vecchi” formati: il libro va letto, studiato, padroneggiato e poi vissuto, perché il “dialogo fra teoria e prassi” sia esperienza quotidiana di ciascuno di noi.

 

 

Simona Ardesi