La pratica collaborativa e la gestione del conflitto: un’opportunità per le parti e gli avvocati

Si sono appena svolti prima a Milano e, poi, a Monza due eventi nei quali alcuni soci della AIADC – Associazione Professionisti Collaborativi (dott.ssa Anna Casali, dott.ssa Isabella Gandini, avv. Gaetano Nicosia, avv. Laura Maira Pietrasanta e avv. Elisabetta Zecca) hanno “portato in scena” un caso simulato per illustrare la metodologia e gli strumenti utilizzati dai professionisti collaborativi.

Un laboratorio pensato e organizzato dai professionisti collaborativi per far comprendere ai colleghi in cosa consiste la pratica collaborativa, quali tecniche vengono utilizzate dai professionisti collaborativi per accompagnare le parti a realizzare il “loro” accordo ma, soprattutto, la particolarità del metodo che, grazie alla multidisciplinarietà e la formazione comune delle diverse professionalità (avvocati, commercialisti, facilitatori della relazione ed esperti dei bambini), consente di poter prendere in considerazione non solo le questioni strettamente legali, fiscali ed economiche ma anche quelle psicologiche ed emotive e, soprattutto, le relazioni tra le parti e, quindi, il loro modo di relazionarsi che potrà continuerà per tutta la vita, soprattutto laddove si affrontino i temi della separazione o del divorzio e vi siano dei figli, per i quali le parti resteranno per sempre genitori.

Dopo brevi relazioni introduttive e le testimonianze di altri professionisti collaborativi che hanno già sperimentato la pratica collaborativa (avv. Cinzia Calabrese, avv. Armando Cecatiello, dott. Fabrizio Cominardi, avv. Marina Ingrasci’, avv. Francesca King, avv. Antonella Ratti ed il dott. Fabrizio Viel), gli “attori” (è bene sottolineare subito che nessuno è attore né pretende di esserlo ma ci siamo messi in gioco per realizzare l’evento, ed è davvero importante ricordarlo a chi legge o a chi ha assistito agli eventi), condotti dalla voce fuori campo dell’avv. Marco Sala, anch’esso avvocato collaborativo, hanno simulato la soluzione di un caso con la pratica collaborativa: il testamento esplosivo!

La voce fuori campo ha consentito, con i suoi commenti di raccordo tra una scena e l’altra, di simulare spezzoni significativi di una possibile pratica collaborativa che, per ragioni sceniche e didattiche, è stata simulata in alcune parti e con una tempistica compressa rispetto a quanto accade in un contesto reale.

Due fratelli, di cui uno riconosciuto dal padre solamente nel testamento come figlio nato da una relazione extra coniugale, che litigano per dividere l’eredità del padre, alla ricerca entrambi di soddisfare bisogni diametralmente opposti.

Come viene ben rappresentato in una delle scene, il team collaborativo accoglie anche il bisogno del fratello di essere riconosciuto come tale nonostante la sorella di rifiuti, almeno inizialmente, di volersi dedicare anche alla costruzione di una relazione con un fratello appena conosciuto, in un momento in cui dichiara di essere sotto shock non solo per la morte del padre ma, soprattutto, per la scoperta di questo “fratello” e, contemporaneamente, si prende cura del bisogno della sorella di non coinvolgere la giovane compagna del padre, per lei molto importante, addirittura “come una sorella”! Queste emozioni trovando accoglimento nella pratica collaborativa, cosa che non avverrebbe in una trattativa tradizionale, permetteranno alle parti di aprirsi l’una all’altra e, a poco a poco, consentiranno alle stesse di riconoscere le difficoltà dell’altro e, quindi, si apre la possibilità di lavorare insieme, con una prospettiva diversa cercando soluzioni condivise, sicuramente all’inizio insperate ma anche impensabili!

La pratica collaborativa è uno dei metodi per la soluzione alternativa del conflitto ma troppo spesso si fraintendono le sue vere opportunità: spesso i colleghi, cui spieghi di cosa si tratta e manifesto tutto il mio entusiasmo per la stessa, affermano di essere già collaborativi, di voler tutti mediare situazioni conflittuali evitando giudizi, ma viene sottovalutata l’importanza di una formazione comune dei professionisti collaborativi -perché per essere professionisti collaborativi bisogna formarsi frequentando dei corsi organizzati dall’associazione e poi continuare ad aggiornarsi-, della sottoscrizione di un accordo di partecipazione tra le parti e tutti i professionisti collaborativi, che impone diritti ed obblighi che parti e professionisti si assumono e che rendono, davvero, differente la pratica collaborativa rispetto alle altre ADR.