Pratica Collaborativa: è solo per pochi?

Sentendo parlare di pratica collaborativa, molti la percepiscono come un’opportunità per poche coppie ben disposte a cooperare, non per chi si trovi in un serio conflitto.

La pratica collaborativa non è per tutti, ma è stata studiata per essere un metodo di gestione del conflitto, ed è proprio nelle circostanze più difficili che si rivela come uno strumento potente.

Esclusi i casi più gravi di violenza domestica o di vere patologie, e i casi di coloro che non siano disposti ad offrire trasparenza neppure in cambio di altri vantaggi o valori, a chi si addice una pratica di collaborazione?

Tutti custodiamo dentro di noi una profonda capacità di collaborazione che attuiamo costantemente: le cellule del nostro corpo lavorano in connessione, comunicando, scambiando informazioni e collaborando creativamente per uno scopo comune, il nostro essere in vita.

Se consideriamo la saggezza del corpo come un riflesso delle leggi che regolano più in generale la natura e l’universo, non facciamo più fatica ad accostarci alle teorie che affermano che l’essere umano aneli a mantenere, non solo la propria individualità, ma anche la connessione con gli altri.

Quando siamo in conflitto, ci sembra impossibile poter ritrovare la comunicazione e tanto meno un accordo, ma nel profondo continuiamo a desiderare di uscire dalla rabbia, dal dolore e dall’incomprensione, di porre fine alla reciproca ostilità, rivendicazione e chiusura.

Soprattutto se ci sono dei figli, che continueranno per tutta la vita a considerare i genitori come la loro famiglia, è pesante il sapere di lasciare delle ferite destinate a restare aperte nelle generazioni successive.

Collaborare nell’accettazione dei diversi punti di vista non elimina le differenze e non sempre conduce al superamento del conflitto, ma aumenta la consapevolezza e permette di ritrovare la connessione necessaria per individuare un accordo nell’interesse di tutta la famiglia nel suo insieme.

I professionisti collaborativi stanno nel conflitto con l’impegno di evitare fratture e “tagli”.

Non somministrano soluzioni esterne, ma lasciano alle parti il potere di decidere della propria vita, fornendo le informazioni necessarie e lavorando in squadra per supportare le capacità delle persone di trovare degli accordi adatti e sostenibili per loro. Un po’ come quelle cure che agiscono sul rafforzamento delle difese immunitarie, cioè sulla spinta naturale che c’è in noi verso la guarigione e verso la vita.

di Elisabetta Zecca