Processo alla Pratica Collaborativa – la Sentenza

 

La Giuria, riunita in camera in consiglio, nelle persone di:

 

Massimo Bacchetta

Ciro Cascone

Cristina Colli

Enrico Pandiani

Jolanda Restano

Gloria Servetti

Don Lorenzo Simonelli Lina Sotis

Lucia Vasini

 

udite la requisitoria della Pubblica Accusa, nella persona del dott. Claudio Renzetti, e l’arringa difensiva del legale di parte, avv. Francesca King, sentiti i testimoni

ha deliberato la seguente:

SENTENZA CON MOTIVAZIONE CONTESTUALE

Riconosciuto che la Pratica Collaborativa si propone come un approccio innovativo per la risoluzione dei conflitti familiari, non in contrapposizione ma in alternativa alla modalità contenziosa di gestione del conflitto

la giuria, anzitutto, desidera manifestare un apprezzamento per il metodo adottato: la dinamica del contraddittorio ha facilitato l’analisi dei punti di forza e di criticità e ha reso immediata la lettura di un tema complesso anche a chi non se ne occupa direttamente.

Sul primo capo d’imputazione – relativo alla supposta estraneità della Pratica Collaborativa alla nostra tradizione giuridica – respinge le contestazioni della Pubblica Accusa. Invero è stato sottolineato che la Pratica Collaborativa si inserisce nel solco tracciato dal legislatore europeo ed italiano di individuazione di modalità di gestione delle controversie alternativa al tradizionale contenzioso che valorizzi la capacità delle parti di assumere decisioni riguardanti la loro vita.

La sintesi proposta dalla Pubblica Accusa nella sua requisitoria iniziale cioè che la Pratica Collaborativa è un pessimo innesto di qualcosa di “altro” e di “straniero” nella nostra cultura e che essa è figlia di una cultura mercantile è stata ampiamente smentita dagli interventi uditi.
In particolare il riconoscimento che il ricorso alla Pratica Collaborativa può non essere indicato per ogni situazione, consente di respingere l’accusa che i professionisti collaborativi intendano delegittimare la funzione della giustizia.

Sull’ulteriore questione posta dalla Pubblica Accusa nel primo capo d’imputazione, relativamente alla supposta inadeguata formazione dei professionisti collaborativi, le testimonianze hanno provato che, oltre alla formazione di base, i professionisti collaborativi proseguono la loro formazione attraverso la partecipazione ai practice group.

Ritiene, tuttavia, la giuria che le preoccupazioni espresse dalla Pubblica Accusa circa il rischio di una preparazione “fast food”, vista la delicatezza delle problematiche di cui i professionisti

collaborativi si occupano, non possano essere totalmente eluse e debbano essere tenute in buona considerazione; si sottolinea quindi la necessità che l’associazione dei professionisti collaborativi si faccia garante del rigore dei propri associati, non solo attraverso esperienze di autoformazione ma anche di progressiva specializzazione nell’ottica di una formazione continua, allo scopo di arricchire di ulteriori riflessioni una pratica che nella sua applicazione italiana ancora non vanta una estesa diffusione.

Sul secondo capo d’imputazione, relativo al presunto aumento dei costi, non sono stati forniti elementi per concludere che nell’ambito della Pratica Collaborativa essi siano esorbitanti. Si sottolinea peraltro la correttezza del proporre preventivi che possono consentire alle parti di avere pieno governo sui costi dentro una cornice di chiarezza e trasparenza.

Peraltro la partecipazione congiunta delle parti e dei professionisti collaborativi alle riunioni garantisce la possibilità di affrontare le criticità in tempo reale consentendo quindi un risparmio complessivo dei costi grazie alla maggior efficacia dell’intervento.

Sul terzo capo d’imputazione, relativo al presunto rischio che il principio della trasparenza si riverberi negativamente sui clienti, esponendoli a gravi danni soprattutto nel caso di fallimento della Pratica Collaborativa, si è appreso che, consapevoli della delicatezza della tematica, i professionisti collaborativi hanno individuato alcuni accorgimenti che possano tutelare ciascuna parte.

In ogni caso si sottolinea la necessità di rimanere attenti a bilanciare i principi del rispetto della privacy, della lealtà, della fiducia come esito di un processo.

Sul quarto capo d’imputazione, relativo all’accusa della negazione del conflitto e all’esercizio di una giustizia mite in cui il termine “mite” assume il significato di cedevole e arrendevole, le argomentazioni della Pubblica Accusa non sono apparse convincenti.

La Pubblica Accusa sembra, infatti, credere che la giustizia con la G maiuscola possa essere sintetizzata solo dall’immagine del nodo gordiano. Come se la scelta che il giovane Alessandro fece nella città di Gordio nel 333 a.c. di recidere con un colpo di spada i nodi intricati che gli venivano proposti, rappresenti sempre e comunque l’unica via, quella decisiva, quella più veloce.

Ma questa immagine suggerisce una scorciatoia in molti casi improbabile perché la vita ci insegna che ci sono pochi nodi da troncare con un colpo secco; viceversa ci sono nodi con i quali dobbiamo imparare a convivere perché nel qui ed ora non hanno soluzione e altri nodi che sono da sciogliere con pazienza e cura.

La Pratica Collaborativa come è stata presentata, rappresenta un esercizio di pazienza; quindi propone un’idea di giustizia tutt’altro che cedevole e arrendevole, o incline a trovare la soluzione più facile neutralizzando il conflitto.
La Pratica Collaborativa, alla luce di quanto testimoniato, diversamente impegna le parti a realizzare “giochi a somma positiva”, nei quali non ci sia un vincitore e un vinto – come è nell’immaginario collettivo dell’idea di conflitto – ma dove tutti possano trovare un vantaggio, almeno parziale, nessuno si senta mortificato dalla soluzione trovata e possa essere considerato perdente.

La Pratica Collaborativa, quindi, a questa giuria, pare una ricerca di esercizi di pazienza per promuovere accordi in grado di superare le posizioni e valorizzare gli interessi.

Più che il ricorso ad una giustizia mite, si potrebbe allora parlare di un percorso di giustizia come bene comune; percorso durante il quale le persone possano recuperare l’idea di essere artefici del loro processo attraverso la messa in campo di azioni finalizzate al raggiungimento di un esito realmente condiviso.

Va, infine, rigettata la strisciante accusa che gli operatori che si occupano di Pratica Collaborativa si sentano un’elite o siano dei professionisti, particolarmente gli avvocati, geneticamente modificati e va loro restituita interamente la funzione di aiuto ai clienti nella risoluzione dei problemi che li affliggono.

In ogni caso, sebbene la complessità del tema non meriti la diffusione di dati semplificati, pare utile sottolineare l’importanza di conoscerne, pur riconoscendo che in queste sfere d’intervento la verifica dei vantaggi non è sempre quantificabile in termini numerici e statistici che, per quanto possano rassicurare circa l’efficacia dello strumento, non sempre sono in grado di testimoniare la pluralità di obiettivi che le azioni messe in campo riescono a conseguire.

P.Q.M.

ASSOLVE la Pratica Collaborativa da tutte le imputazioni contestate.

 

La giuria ritiene, tuttavia, di formulare i seguenti suggerimenti:
– accoglie positivamente il suggerimento della Pubblica Accusa per la messa a punto di studi prospettici sull’efficacia nel tempo del metodo e sulla tenuta degli accordi raggiunti, attraverso strumenti della cosiddetta analisi del follow up
– invita a mantenere aperto il percorso formativo attraverso i gruppi di pratica allo scopo di consolidare e migliorare un approccio che può dirsi ancora in una sua fase iniziale
– auspica che l’associazione prosegua nell’attività di sensibilizzazione e di diffusione della cultura dei metodi non contenziosi di risoluzione dei conflitti, ricercando modalità operative per raggiungere tanto la cittadinanza quanto la comunità dei professionisti impegnati su più fronti nelle vicende familiari
– infine, rispetto alla diffusione dei dati – senza che dei numeri venga fatta una mitizzazione – si ritiene, tuttavia, che possa essere importante escogitare nuove modalità di rendere fruibili anche alla collettività i risultati raggiunti via via dal diffondersi della Pratica Collaborativa.

 

Così deciso in Milano, 17 giugno 2015