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	<title>Pratica Collaborativa</title>
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	<title>Pratica Collaborativa</title>
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		<title>Dovere di riservatezza dell&#8217;avvocato e testimonianza</title>
		<link>https://praticacollaborativa.it/dovere-di-riservatezza-avvocato-testimonianza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniela Maria Stalla]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Apr 2021 07:13:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di approfondimento]]></category>
		<category><![CDATA[Legge]]></category>
		<category><![CDATA[Principi]]></category>
		<category><![CDATA[Professionisti]]></category>
		<category><![CDATA[Squadra collaborativa]]></category>
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					<description><![CDATA[Una recente ordinanza della Corte di Cassazione (Cass. Civ. sez. 1 n. 27703-2020 del 31.2.2020) sviluppa una accurata riflessione su un aspetto particolare della riservatezza, ossia sul diritto-dovere dell’avvocato di astenersi dal deporre su circostanze apprese per ragione del proprio ministero difensivo o della propria attività professionale. Il caso è questo: due avvocati assistono un &#8230;]]></description>
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<p>Una recente ordinanza della Corte di Cassazione (<a href="https://cdn.praticacollaborativa.it/wp-content/uploads/2022/11/Cass.-Civ.-sez.-1-n.-27703-2020-del-31.2.2020.pdf" data-type="attachment" data-id="2283">Cass. Civ. sez. 1 n. 27703-2020 del 31.2.2020</a>) sviluppa una accurata riflessione su un aspetto particolare della riservatezza, ossia sul diritto-dovere dell’avvocato di astenersi dal deporre su circostanze apprese per ragione del proprio ministero difensivo o della propria attività professionale.</p>



<p>Il caso è questo: due avvocati assistono un soggetto in una trattativa stragiudiziale. Successivamente lo stesso soggetto si trova a dover formulare una difesa in processo tutelato da altro legale ed intima ai due legali che lo avevano in precedenza assistito di deporre su fatti intervenuti nel corso della trattativa stragiudiziale. I due legali esercitano la facoltà di astensione e non depongono. La parte che aveva richiesto la deposizione dei due legali ritiene illegittima l’astensione asserendo, in sostanza, che la facoltà di astensione riguarderebbe solo il legale che assume la rappresentanza della parte in processo. La questione arriva alla Corte di Cassazione.</p>



<p><strong>La dinamica è simile a quella nella quale potrebbe venire a trovarsi un avvocato collaborativo che abbia assistito una parte in un procedimento collaborativo e si veda chiamato a deporre, in procedimento avviato da altro legale, su circostanze occorse durante la negoziazione collaborativa.</strong></p>



<p>La Corte di Cassazione chiarisce la piena legittimità dell’esercizio del diritto-dovere di astensione dell’avvocato, con riguardo a circostanze conosciute per ragione del proprio ministero difensivo o dell’attività professionale,&nbsp;<strong>anche qualora tali circostanze si siano state apprese in una fase diversa da quella processuale ed anche qualora il difensore sia diverso dal legale che rappresenta la parte in processo.</strong></p>



<p>La Corte motiva la propria decisione innanzitutto sull’art. 249 c.p.c. che regola la facoltà di astensione dell’avvocato in combinato disposto con l’art. 200 c.p.p. secondo il quale gli avvocati “<em>Non possono essere obbligati a deporre su quanto hanno conosciuto per ragione del proprio ministero, ufficio o professione</em>”.</p>



<p>La Corte richiama poi la decisione della Corte Costituzionale n. 87 del 1987 secondo la quale “<em>La facoltà di astensione dalla testimonianza in giudizio presuppone la sussistenza di un requisito soggettivo e di un requisito oggettivo.&nbsp;Il primo, riferito alla condizione di avvocato di chi&nbsp;è&nbsp;chiamato a testimoniare, consiste nell’essere la persona professionalmente abilitata ad assumere la difesa della parte in giudizio. Il secondo requisito&nbsp;è&nbsp;riferito all’oggetto della deposizione, che deve concernere circostanze conosciute per ragione del proprio ministero difensivo o dell’attività professionale, situazione questa che può essere oggetto di verifica da parte del giudice</em>”.</p>



<p>La Corte di Cassazione precisa che “<em>il controllo riservato al giudice circa il corretto esercizio della facoltà di astensione va focalizzato esclusivamente sulla ricorrenza dei presupposti soggettivo ed oggettivo, senza che la scelta compiuta dall’avvocato, intimato come teste, possa ritenersi sindacabile sotto il profilo dell’interesse del soggetto che ha articolato la prova testimoniale</em>”.</p>



<p>La Corte richiama infine gli artt. 28 e 51 del codice deontologico forense che sanciscono il “dovere”, oltreché il “diritto”, dell’avvocato di mantenere il più assoluto riserbo su tutte le informazioni delle quali sia venuto a conoscenza in dipendenza del mandato.</p>



<p><strong>L’obbligo di riservatezza che l’avvocato collaborativo assume nel sottoscrivere l’accordo di partecipazione è quindi totalmente in linea con il dovere di riservatezza che caratterizza il ruolo e la professione dell’avvocato, così come regolata dalle norme di diritto positivo e dal codice deontologico forense, anche se intesi nel loro senso più tradizionale e funzionale allo svolgimento del processo.</strong></p>
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		<title>Navigare in acque tempestose</title>
		<link>https://praticacollaborativa.it/navigare-in-acque-tempestose/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniela Maria Stalla]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Jul 2020 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di approfondimento]]></category>
		<category><![CDATA[Principi]]></category>
		<category><![CDATA[Professionisti collaborativi]]></category>
		<category><![CDATA[Squadra collaborativa]]></category>
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					<description><![CDATA[La Pratica Collaborativa può trasformare le relazioni. Quando si descrive la Pratica Collaborativa in campo familiare solitamente si mettono in evidenza gli elementi di distensione che la caratterizzano: Le immagini che accompagnano questa descrizione sono quelle di tavoli di lavoro a cui siedono individui sorridenti; di figli accolti in armonia da nuclei familiari allargati; di &#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>La Pratica Collaborativa può trasformare le relazioni. Quando si descrive la Pratica Collaborativa in campo familiare solitamente si mettono in evidenza gli <strong>elementi di distensione</strong> che la caratterizzano:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>il clima di reciproca fiducia che il team di professionisti costruisce;</li>



<li>l’approccio non avversariale al conflitto;</li>



<li>la ricerca di soluzioni che soddisfino tutte le parti;</li>



<li>l’aiuto concreto che la pratica offre per la gestione di una fase di trasformazione che consenta alle famiglie di costruire un futuro soddisfacente per tutti.</li>
</ul>



<p>Le immagini che accompagnano questa descrizione sono quelle di <strong>tavoli di lavoro a cui siedono individui sorridenti</strong>; di figli accolti in armonia da nuclei familiari allargati; di ponti che uniscono due sponde; di orizzonti sereni.</p>



<p>Noi professionisti collaborativi lavoriamo costantemente affinché questo succeda e crediamo profondamente nella potenzialità di trasformare le relazioni che la Pratica Collaborativa racchiude in sé. Sperimentiamo la capacità trasformativa nei nostri casi, ogni volta che l’esempio stesso di lavoro costruttivo e non avversariale del team “contagia” la coppia e riesce a fornirle nuovi strumenti per gestire la relazione in modo funzionale, ancorché finalizzato alla separazione.</p>



<h3 class="wp-block-heading">E se il conflitto è molto acceso? </h3>



<p>Saremmo però privi del senso di realtà e rischieremmo di creare illusioni, se non evidenziassimo con altrettanta chiarezza che in molti casi le parti non riescono a trasformare la loro relazione come la Pratica Collaborativa propone o<br>non riescono a far evolvere il loro rapporto nel modo rasserenante e risolutivo che le immagini suggeriscono.</p>



<p>Quando si è molto investito in una relazione è spesso molto difficile veder crollare un progetto di vita senza manifestare reazioni accese. Ed è questa la ragione per la quale i conflitti familiari si distinguono per essere caratterizzati di frequente da altissimi tassi di emotività, in cui la parte passionale prevale, talvolta in modo difficilmente gestibile, su quella razionale.</p>



<p>Molti soggetti coinvolti in una crisi familiare vedono solo il buio davanti a sé e sono agitati da preoccupazioni e da impulsi tutt’altro che costruttivi. È frequente riscontrare <strong>mancanza di fiducia, rabbia, bisogno di vendetta, frustrazione, incapacità di accettare il cambiamento.</strong> I professionisti collaborativi sanno come gestirlo.</p>



<p>In questi casi particolarmente complessi e tutt’altro che rari la <strong>competenza dei professionisti collaborativi</strong>, profondi conoscitori delle dinamiche del conflitto e delle sue trappole, e la forza del team, coeso nel lavorare per aiutare le parti a raggiungere soluzioni accettabili per tutti, rappresentano la vera differenza. Lo studio approfondito della negoziazione basata sugli interessi e delle metodiche non avversariali permette ai professionisti collaborativi di gestire conflitti anche molto accesi senza dover per forza fare ricorso al Tribunale.</p>



<p><strong>Quando il gioco si fa difficile il professionista collaborativo non getta la spugna</strong>, anzi, si arrotola le maniche, fa un bel respiro e si mette al lavoro con più impegno di prima. Quando la conflittualità è alta, anche persone normalmente dotate di buon controllo tenderanno a manifestare aggressività, sfiducia, persino reticenza e opacità, e tutta la gamma di comportamenti che compaiono quando c’è forte contrasto. E lo faranno non perché siano soggetti inidonei a sedere al tavolo collaborativo, ma perché la presenza del conflitto fa emergere il loro lato più difensivo e meno capace di discernimento.</p>



<p>Sarà dunque certamente possibile ed è anzi frequente che la negoziazione presenti momenti di impasse nei quali le parti, se non adeguatamente preparate e preavvertite, potrebbero perdere fiducia nella procedura e pensare di aver intrapreso un percorso non adatto per la soluzione dei loro problemi. Le parti devono sapere che ci saranno difficoltà</p>



<p>Chi si affida alla Pratica Collaborativa per risolvere un conflitto complesso deve sapere fin dal primo momento che probabilmente dovrà affrontare momenti difficili e che <strong>le difficoltà potranno anche sembrare insuperabili</strong>. Altrettanto le parti devono sapere fin dall’inizio che i professionisti collaborativi sono formati e preparati per affrontare queste difficoltà ed hanno la competenza per lavorare confrontandosi con le emozioni e tenendone conto, pur controllando la procedura e mantenendo la barra rivolta verso la costruzione del progetto di vita separata, che la coppia si pone come obiettivo.</p>



<p>Si tratta di un lavoro delicato e paziente di incoraggiamento e di ascolto continuo, perché solo capendo a fondo lo stato d’animo delle persone si possono comprendere i loro reali bisogni ed aiutarle a progredire sulla strada del<br>raggiungimento dell’accordo. In questi casi l’avvocato aiuterà le parti a valutare frequentemente e con lucidità <strong>quale sia la loro BATNA</strong> (la miglior alternativa all’accordo negoziale), per consentire loro di compiere scelte consapevoli anche quando la loro emotività le porterebbe a perdere di vista i loro reali interessi. E lo farà sforzandosi di distaccare lo sguardo anche rispetto se stesso, per non influenzare con le proprie convinzioni la libera scelta della parte assistita. </p>



<p>Il percorso protetto che i professionisti costruiscono con la Pratica Collaborativa non esclude la sofferenza, il conflitto acceso, l’insoddisfazione. E non esclude che le parti raggiungano l’accordo, ma non riescano a curare il loro<br>modo di interagire. Tuttavia, l’affrontare un conflitto difficile con la Pratica Collaborativa:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>consente di non inasprire la frattura nella relazione;</li>



<li>aiuta ad avviare percorsi di comprensione reciproca;</li>



<li>permette di trovare soluzioni senza che queste vengano imposte dall’alto alla fine di un percorso giudiziale divisivo e doloroso.</li>
</ul>



<p>Durante tutto il corso della pratica i professionisti collaborativi, con l’esempio dell’ascolto e del lavoro di squadra, con il richiamo continuo dei principi di trasparenza e buona fede, seguiteranno a distribuire i “semi del dialogo” e li lasceranno come patrimonio alla coppia, che potrà magari riuscire a farli germogliare più avanti, quando la fase acuta del conflitto sarà stata risolta. </p>



<h3 class="wp-block-heading">Come attraversare un fiume in piena e arrivare tutti all’altra sponda </h3>



<p>Più che come la costruzione di un ponte tra due sponde vorrei descrivere la Pratica Collaborativa nei casi ad alta conflittualità come <strong>l’attraversamento di un fiume turbinoso di cui sia difficile vedere l’altra sponda</strong>. I professionisti collaborativi fanno continuamente la spola fra una sponda e l’altra, traghettando coppie, e controllando la barca nelle correnti con la loro competenza ed esperienza. Ci saranno traversate più agevoli ed altre in cui sembrerà di non arrivare<br>mai, perché nessun viaggio è uguale. </p>



<p>Ma se le parti avranno ben compreso che <strong>le difficoltà sono una parte prevista del percorso che hanno scelto</strong>, si faranno guidare con fiducia dai professionisti e potranno sperimentare la soddisfazione di raggiungere metaforicamente l’altra sponda, avendo lavorato per costruire anziché per distruggere.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Quali sono le sfide per la Pratica Collaborativa durante il Covid-19?</title>
		<link>https://praticacollaborativa.it/sfide-pratica-collaborativa-covid-19/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marina Ingrascì]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 May 2020 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di approfondimento]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Principi]]></category>
		<category><![CDATA[Professionisti]]></category>
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					<description><![CDATA[La Pratica Collaborativa, come metodo alternativo di risoluzione dei conflitti utilizzata in Italia per consentire alle coppie di raggiungere un accordo di separazione con l’assistenza di avvocati e professionisti neutrali formati al metodo, per la sua originalità ha già affrontato molteplici sfide. Dalla formazione dei professionisti collaborativi (avvocati, commercialisti, psicologi, counselor, mediatori) che attraverso i &#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>La Pratica Collaborativa, come metodo alternativo di risoluzione dei conflitti utilizzata in Italia per consentire alle coppie di raggiungere un accordo di separazione con l’assistenza di avvocati e professionisti neutrali formati al metodo, <strong>per la sua originalità ha già affrontato molteplici sfide.</strong></p>



<p>Dalla formazione dei professionisti collaborativi (avvocati, commercialisti, psicologi, counselor, mediatori) che attraverso i corsi hanno imparato l’approccio collaborativo approfondendo la relazione con il Cliente, al confronto di squadra, passando per la gestione dell’ impasse, al ruolo del diritto; applicando i principi di buona fede e trasparenza, così delicati e difficili, ma necessari per una buona riuscita dell’obiettivo, fino al mandato limitato dell’avvocato, che se pur apparentemente ostacolante, rappresenta il forte stimolo alla buona riuscita dell’accordo di separazione.</p>



<p>Ragionare sugli interessi di ogni parte senza bloccarsi sulle posizioni, mettendo al centro i figli e loro benessere nonostante la fatica del momento;</p>



<p>Generare idee e formulare opzioni creative con l’approccio del brainstorming e il sostegno di tutti i componenti del team;</p>



<p>Sostenere emozioni, sofferenza e rabbie con presenza e ascolto attivo;</p>



<p>Raggiungere accordi condivisi, voluti e lungimiranti che perciò tengono nel tempo evitando immediati nuovi conflitti.</p>



<p>Queste le sfide lanciate, accolte e con tenacia portate avanti da chi, sin dall’inizio, ha capito e percepito la <strong>valenza innovativa della Pratica Collaborativa</strong> che oggi assume <strong>una valida alternativa al tradizionale approccio per affrontare i conflitti familiari consentendo </strong>alla coppia di modellare l’accordo di separazione secondo le necessità, i bisogni, i valori e le caratteristiche della propria famiglia.</p>



<h2 class="wp-block-heading">E poi arrivò la pandemia di Covid-19</h2>



<p>Lo scossone senza precedenti che sta destabilizzando ciò che poteva dirsi consolidato. &nbsp;</p>



<p>La Pratica Collaborativa si trova inevitabilmente a riflettere sulle sue intrinseche caratteristiche <strong>per comprendere se sia in grado di affrontare tale sconvolgimento e quali apporti innovativi possa fornire ai professionisti collaborativi e ai futuri clienti.</strong></p>



<p>La forza creativa del metodo collaborativo dovrà riuscire a <strong>sostituire la presenza fisica con la presenza simbolica</strong> per superare efficacemente l’assenza della fisicità che solitamente negli incontri collaborativi è così forte e pregnante.</p>



<p><strong>L’essere singolarmente distanti non dovrà essere sentito come il <em>percepirsi distanti</em> ma dovremmo imparare a “sentire” l’altro nonostante la modalità richiesta in questo momento storico.</strong></p>



<p>Rabbia, sofferenza, ironia, derisione, distacco, ansia, paura che le parti esprimono non potranno più essere mostrati con mani che maciullano fazzoletti o gambe che tremano. Si dovranno affinare le “antenne”, sviluppando <strong>le già importanti capacità di empatia e ascolto per</strong> <strong>comprendere appieno ciò che pulsa sotto il non detto, dietro allo schermo del computer</strong>.</p>



<p>L’avvocato e il Cliente dovranno riuscire ad instaurare, con telefonate o se possibile, con le dovute cautele, con incontri personali, quel rapporto di fiducia che permetterà a entrambi di conoscersi a sufficienza per affrontare gli incontri a distanza. Ciò consentirà all’avvocato di percepire le emozioni del Cliente e magari chiedere una pausa dalla video conferenza o di terminare l’incontro ove lo veda scosso o bloccato<strong>.</strong></p>



<p>E lo stesso dovrà fare <strong>il team utilizzando gli incontri a distanza con il dovuto rispetto degli altri membri, gestendo i tempi di parola e di confronto e lasciando spazio alla riflessione.</strong> Stare nello stesso luogo consente difatti di esprimersi con la postura che lancia dei messaggi chiari. Lo schermo del computer elimina ogni gestualità allargando le possibilità di incomprensione. Sarà quindi fondamentale confrontarsi prima, tra tutti i membri della squadra, così come sarà fondamentale individuare, in linea di massima, gli argomenti dell’incontro e le modalità di approccio per evitare equivoci ed eccessivi ostacoli.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Oggi più di ieri lo scambio, la collaborazione, la chiarezza della squadra consentiranno un miglior lavoro per tutti, in primo luogo per la coppia.</p>
</blockquote>



<h2 class="wp-block-heading">Nuove sfide per la Pratica Collaborativa</h2>



<p>La prima prova della Pratica Collaborativa sarà dunque quella <strong>di adattare le nuove modalità di incontro a distanza alle caratteristiche del professionista collaborativo</strong>: l’ascolto attivo, la presenza, il sostegno e l’affiancamento delle parti comprendendo le sfumature delle emozioni e aiutandoli a esprimerle efficacemente per raggiungere passo dopo passo l’accordo.</p>



<p>La sfida ulteriore sarà di riuscire a spiegare a chi dovrà affrontare, nei prossimi mesi, <strong>i conflitti familiari, che sono nati o si sono acuiti in questo faticosissimo periodo di isolamento sociale</strong>, che potrebbe essere più lungimirante non seguire istinti di recriminazione o vendetta, ingigantiti dalla convivenza forzata, <strong>bensì chiarire le posizioni e procedere ad una separazione dalla quale emergano degli aspetti positivi in particolar modo per i figli già provati dalla fatica domestica degli ultimi mesi</strong>.</p>



<p>Far conoscere e implementare la Pratica Collaborativa per permettere alle persone di scegliere <strong>un percorso alternativo </strong>che loro stesse potranno guidare con scelte personali senza delegare ad altri il modo con il quale verrà regolamentata e proseguita la relazione genitoriale sarà non semplice ma assolutamente necessario.</p>



<p>Parlando di relazione genitoriale viene da pensare ad un’altra possibile sfida del metodo collaborativo al tempo del corona virus ossia quella <strong>di consentire alla coppia che si sta separando di riflettere e ragionare su tempi, attività e comportamenti diversi nel rapporto con i figli se quello instaurato non abbia più alcuna efficacia o potenza</strong>: si pensi alla gestione di preadolescenti arrabbiati o dipendenti dai videogiochi o a quella di bambini del tutto accontentati che alzano le richieste proprio per mancanza di limiti. Lo stimolo sarà quello di riuscire a <strong>scardinare l’approccio utilizzato accettando con apertura e autocritica una nuova modalità di relazione con i figli più costruttiva ed efficace mediante i consigli e il sostegno del team.</strong></p>



<p>I nuovi obiettivi tuttavia non possono e non devono esaurirsi di certo qui.</p>



<p>Si tratta di <strong>spunti di confronto aperti alle considerazioni di tutti i professionisti collaborativi</strong> per rimanere degli attenti osservatori dei cambiamenti sociali e per promuoverli efficacemente nell’ambito delle relazioni familiari.&nbsp;</p>



<p>La sfida sarà quindi di non smettere di parlarsi, incontrarsi (anche se da casa), scriverci e proporre spunti di riflessione.</p>



<p><strong>La circolarità delle idee costruisce creatività e di questa non possiamo farne a meno.</strong></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>L&#8217;elefante nella stanza</title>
		<link>https://praticacollaborativa.it/elefante-nella-stanza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marcucci Carla]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Jan 2020 08:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di approfondimento]]></category>
		<category><![CDATA[Principi]]></category>
		<category><![CDATA[Professionisti]]></category>
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					<description><![CDATA[Pubblichiamo con piacere il nuovo articolo di Carla Marcucci già edito anche nella rivista The Collaborative Review edita da International Academy of Collaborative Professionals. Lo potete leggere qui (file pdf).]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Pubblichiamo con piacere il nuovo articolo di Carla Marcucci già edito anche nella rivista The Collaborative Review edita da International Academy of Collaborative Professionals.</p>



<p><a href="https://cdn.praticacollaborativa.it/wp-content/uploads/2022/11/Lelefante-nella-stanza.pdf" data-type="attachment" data-id="2295">Lo potete leggere qui</a> (file pdf).</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>I (10) valori della Pratica Collaborativa</title>
		<link>https://praticacollaborativa.it/i-10-valori-pratica-collaborativa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Sala Marco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Oct 2019 07:15:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di approfondimento]]></category>
		<category><![CDATA[Principi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://praticacollaborativa.it/?p=2051</guid>

					<description><![CDATA[Vi segnalo questo interessante articolo del nostro Incoming President Marco Sala sui valori Pratica Collaborativa.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Vi segnalo<a href="https://cdn.praticacollaborativa.it/wp-content/uploads/2022/11/I-10-VALORI-DELLA-PRATICA-COLLABORATIVA.pdf" data-type="attachment" data-id="2286"> questo interessante articolo</a> del nostro Incoming President Marco Sala sui valori Pratica Collaborativa.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Professionisti come peacemaker: un&#8217;evoluzione possibile</title>
		<link>https://praticacollaborativa.it/professionisti-peacemaker/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mordiglia Mariacristina]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Oct 2019 07:43:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di approfondimento]]></category>
		<category><![CDATA[Avvocato]]></category>
		<category><![CDATA[Principi]]></category>
		<category><![CDATA[Professionisti]]></category>
		<category><![CDATA[Squadra collaborativa]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://praticacollaborativa.it/?p=2062</guid>

					<description><![CDATA[Nell’interessante articolo che pubblichiamo Cristina Mordiglia ci accompagna nella lettura e ri-lettura di un bel capitolo scritto da Kevin R. Scudder nel volume Building a Successful Collaborative Family Law Practice (Forrest S. Mosten &#38; Adam B. Cordover, 2018 American Bar Association). Una riflessione importante sul modo che ciascuno di noi ha di intendere la propria &#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nell’interessante articolo che pubblichiamo <strong>Cristina Mordiglia ci accompagna nella lettura e ri-lettura di un bel capitolo scritto da Kevin R. Scudder</strong> nel volume <em>Building a Successful Collaborative Family Law Practice</em> (Forrest S. Mosten &amp; Adam B. Cordover, 2018 American Bar Association).</p>



<p>Una riflessione importante <strong>sul modo che ciascuno di noi ha di intendere la propria professione</strong>&nbsp;ed il proprio ruolo a servizio della società.</p>



<p><a href="https://cdn.praticacollaborativa.it/wp-content/uploads/2022/11/RIDEFINIRE-IL-PROPRIO-PROFILO-LAVORATIVO-E-CREARNE-UNO-IMPRONTATO-AL-PEACEMAKING.pdf" data-type="attachment" data-id="2303">Potete leggerlo qui</a> (file pdf).</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Uno, nessuno, centomila. Quanti e quali sono i modelli della Pratica Collaborativa?</title>
		<link>https://praticacollaborativa.it/modelli-pratica-collaborativa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valentini Elisabetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 May 2019 08:14:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di approfondimento]]></category>
		<category><![CDATA[Ambiti di applicazione]]></category>
		<category><![CDATA[Principi]]></category>
		<category><![CDATA[Professionisti]]></category>
		<category><![CDATA[Squadra collaborativa]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://praticacollaborativa.it/?p=2071</guid>

					<description><![CDATA[Il nuovo libro di Forrest S. Mosten e Adam B. Cordover “Building a Successful Collaborative Family Law Practice” è una prelibatezza. Per chi ha sviluppato un palato collaborativo, è un tre stelle Michelin da assaporare con calma capitolo dopo capitolo o, meglio, portata dopo portata. Dopo vent’anni di Pratica Collaborativa, dove molto è stato studiato &#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il nuovo libro di Forrest S. Mosten e Adam B. Cordover “<em>Building a Successful Collaborative Family Law Practice</em>” è una prelibatezza. Per chi ha sviluppato un palato collaborativo, è un tre stelle Michelin da assaporare con calma capitolo dopo capitolo o, meglio, portata dopo portata.</p>



<p>Dopo vent’anni di Pratica Collaborativa, dove molto è stato studiato e sperimentato sul campo, Mosten ed altri 24 coautori, tra i quali molti studiosi di spicco del movimento, fanno <strong>il punto su modelli, formazione della squadra, funzionamento del team ed altro ancora</strong>. Il loro lavoro mette letteralmente “<em>le ali</em>” alla Pratica Collaborativa, dando nuovo impulso ad un metodo che vuole restare al passo con i tempi e con le trasformazioni in atto nella professione forense, oltre che diventare economicamente accessibile per ogni cliente dello studio tenendo conto sia delle sue inclinazioni che del budget disponibile.</p>



<p>Sappiamo che gli accordi si possono raggiungere con vari metodi di ADR. Quindi la chiave di lettura della PC non è la mera soluzione stragiudiziale della lite, bensì la garanzia di un metodo che offre alle parti la possibilità di trovare soluzioni durature ed accordi la cui qualità sarà per loro sensibilmente diversa perché, aiutati da professionisti educati al metodo non avversariale, avranno avuto la possibilità di sanare (in parte o del tutto) il conflitto mentre costruivano delle soluzioni su misura per la loro famiglia guardando al futuro.</p>



<p>Tutto questo è possibile perché un’efficace soluzione ai problemi della coppia in separazione ha davvero poco a che fare con la Legge e molto a che fare con la relazione e la sostenibilità economica sia a breve che a lungo termine.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Uni, multi e inter-disciplinare</strong></h3>



<p>Sappiamo che anche altri metodi di ADR fanno un uso “<strong>multidisciplinare</strong>” delle professionalità ricorrendo ad esempio all’intervento di professionisti, sia neutrali che di parte, che mettono a disposizione dei clienti o degli avvocati un contributo tecnico che è specifico delle loro singole professionalità.</p>



<p>Nella sua espressione più innovativa il metodo collaborativo permette invece ad un team di lavorare sui diversi aspetti del conflitto in maniera “<strong>interdisciplinare</strong>” mettendo in campo professionalità che partecipano direttamente allo scambio di informazioni e vanno ad affiancare, e talvolta a sostituire, quelle legali permettendo, attraverso la conoscenza delle caratteristiche di quel particolare conflitto, l’applicazione delle migliori tecniche per la sua risoluzione.</p>



<p>Non bisogna però dimenticare che nella sua espressione più ridotta la PC si è avvalsa anche di un modello <strong>unidisciplinare</strong> (il classico caso di un team ridotto alla sola presenza degli avvocati collaborativi e delle parti). Altri modelli appaiono chiaramente misti, con la &nbsp;costituzione di una squadra interdisciplinare che può fare ricorso ad altri professionisti che contribuiscono alla soluzione in modo multidisciplinare (il caso dell’Allied Professional della Florida ne è un esempio tipico). I molti diversi modelli che incontriamo, sia ripercorrendo la storia della PC che spostandoci geograficamente da uno stato/continente all’altro, sono spesso dovuti a motivazioni storiche legate all’effettiva disponibilità di diversi professionisti in quel determinato periodo ed ambito geografico ed alle preferenze di chi ha promosso ed insegnato la PC a quella comunità.</p>



<p>Dopo aver parlato con Mosten del modello ideale ho compreso che “il” modello ideale erano in realtà “i” modelli ideali e che il mio bisogno di ricercare un unico modello ideale e le discussioni che vi ruotavano intorno, così come il tentativo fatto da alcuni autori di catalogare i vari modelli esistenti, erano forse legati al vecchio paradigma ed alla necessità che noi avvocati abbiamo di ricostruire la nostra “<em>comfort zone</em>” in un procedimento. Una rigidità professionale che, una volta individuato un procedimento, ci porta poi a difenderlo ed a promuoverlo anche a discapito di soluzioni diverse che per altri sono egualmente soddisfacenti. Può però anche trattarsi di un’ortodossia necessaria quando si crea qualcosa di nuovo.</p>



<p>Ma, come ci domanda Ron Ousky nel capitolo 13 del libro, quanto quest’ortodossia può aver rallentato la diffusione della Pratica Collaborativa e limitato la formazione delle squadre?</p>



<p>Credo che, se vogliamo creare delle soluzioni su misura centrate sulla famiglia, non abbiamo più bisogno di rispondere a questa domanda perché è oramai evidente che ci dovrà essere un bilanciamento tra la sostenibilità emozionale ed economica per i clienti da un lato, e l’efficacia del modello scelto per la soluzione del loro caso dall’altra. Quindi anche il modello dovrà essere su misura per ogni coppia, e va da se che da ora in avanti si dovrà avere particolare cura nella formazione del team e nella conseguente scelta del modello e del suo funzionamento pratico, oltre che nel metodo che pure è carattere distintivo della PC.</p>



<p><strong>L’approccio dell’avvocato collaborativo al modello varierà molto a seconda della sua formazione, mentalità, esperienza, abilità, competenze, e di quello che ritiene essere economicamente sostenibile per il cliente.</strong> La tendenza dei professionisti collaborativi più capaci è senz’altro quella di offrire un team completo. Quindi, nel corso delle nostre conversazioni, Mosten non ha avuto dubbi nel confermarmi che un team ideale potrebbe prevedere, oltre ad un avvocato per parte, anche un coach per parte, ed inoltre un facilitatore, un commercialista neutrale ed uno psicoterapeuta dell’età evolutiva, e che le soluzioni migliori si raggiungono quando il team è presente a tutte le riunioni e la comunicazione è maggiormente protetta. Tuttavia, con la pacatezza e l’equilibrio che gli sono propri, mi ha fatto notare che alcuni clienti potrebbero sentirsi sopraffatti dall’affollamento delle riunioni, altri potrebbero non potersi permettere un team completo sempre presente e disponibile, altri ancora potrebbero lamentare l’inutilità (e il costo) di un professionista che, nel corso di una riunione, non abbia potuto contribuire ad un determinato argomento in quanto non di sua specifica competenza.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Il modello transdisciplinare flessibile.</strong></h3>



<p>Esaminando i modelli più recenti, la “<strong>flessibilità</strong>” sembra essere il minimo comune denominatore nella ricerca di nuove soluzioni.</p>



<p>Soluzioni su misura centrate sulla famiglia necessitano quindi di un modello flessibile (<em>già adottato da varie comunità, si pensi a MELCA ed al Minnesota</em>) dove il numero dei professionisti coinvolto nel team possa variare, in aumento o in diminuzione (anche nel corso di uno specifico caso), a seconda delle questioni da trattare e dove anche la presenza dei professionisti alle riunioni possa variare a seconda delle necessità (<em>prevedendo anche la possibilità di una partecipazione parziale, o un’assenza, o anche una presenza nei locali attigui in modo da non pesare economicamente ma poter intervenire immediatamente laddove necessario</em>).</p>



<p>Fino ad oggi abbiamo sentito parlare della “danza del professionista collaborativo”. Questa è chiaramente “<strong>la danza del modello</strong>”.</p>



<p>Ma questa soluzione necessita a mio avviso di due cose:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>un approccio <strong>transdisciplinare</strong> (<em>si pensi ad esempio a quei casi in cui fungono da facilitatori a rotazione gli avvocati o uno dei neutrali e non necessariamente lo psicologo o il coach</em>) che rafforzi la posizione centrale dei clienti con la diffusione dei ruoli dei singoli professionisti, il che evidentemente implica non solo una comune formazione ai principi della Pratica Collaborativa, ma anche una formazione incrociata di competenze e di pratica congiunta, oltre che una maggiore introspezione ed auto-consapevolezza che ci aiutino a risolvere problemi personali che potrebbero impattare negativamente sul funzionamento del team;</li>



<li>la disponibilità degli avvocati a “fare un passo indietro”, accettando che in alcune riunioni potrebbe essere proprio la loro presenza ad essere inutile (pensate al caso in cui le questioni da trattare riguardino la genitorialità, o la comunicazione, o la raccolta di dati contabili ecc.).</li>
</ul>



<p>Il segreto sta nel soddisfare il cliente con il modello di pratica che meglio si attaglia ai suoi valori e bisogni. Il tutto partendo da un modello ipoteticamente completo ed organizzandolo a seconda dei bisogni della famiglia, nel rispetto delle risorse disponibili e nell’ottimizzazione degli interventi di ciascuno, in modo che non si debba rinunciare ad alcun professionista né appesantire il lavoro con presenze non necessarie.</p>



<p>Come si chiama questo nuovo modello? Ronald Ousky preferirebbe non dargli un nome, per non creare delle inutili divisioni perché a suo avviso i nomi e le categorizzazioni di tutti i modelli fino ad oggi adottati hanno creato solo difficoltà. Se proprio necessario vorrebbe chiamarlo il “<em>modello centrato sul cliente</em>” perché questo nome sintetizza la tecnica da seguire per la costruzione del team. Avvedendosi però del fatto che ciascun altro diverso modello ritiene a sua volta di essere centrato sul cliente, si risolve a chiamarlo “<strong>modello flessibile</strong>”.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Verso la pratica transcollaborativa?</strong></h3>



<p>Nel futuro dobbiamo garantire l’accessibilità della PC a tutte le famiglie, e lo possiamo fare resistendo all’ortodossia ed adottando la flessibilità nella formazione e gestione delle squadre. A mio avviso, il modello flessibile non deve essere considerato un punto d’arrivo bensì un punto di partenza per lo sviluppo di una squadra transdisciplinare. Solo in questo modo la PC potrà essere rivoluzionariamente trasformativa anche in tutte le ipotesi in cui, per ragioni diverse, non sarà stato possibile utilizzare l’intero team.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Possiamo quindi smettere di chiederci quali e quanti siano i modelli della Pratica Collaborativa. Uno, nessuno, centomila? La risposta ci accomuna tutti senza divisioni: il modello è unico e forse lo è sempre stato, con centomila (in realtà infinite) declinazioni adatte per ogni famiglia e situazione.</p>
</blockquote>



<p><em>Trento, 29 aprile 2019</em></p>



<p>Avvocato Elisabetta Valentini – Professionista Collaborativo</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<item>
		<title>Da una separazione si nasce</title>
		<link>https://praticacollaborativa.it/da-una-separazione-si-nasce/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[marabini_federica]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Nov 2017 16:29:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di approfondimento]]></category>
		<category><![CDATA[Principi]]></category>
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					<description><![CDATA[Nessun artista meglio di&#160;Michelangelo&#160;è riuscito a raffigurare lo sforzo necessario per uscire dalla materia, a descrivere la difficoltà e la forza con cui, nell’atto di separazione, si porta a compimento una nascita. Pur non giungendo a una forma, i&#160;Prigioni&#160;trovano la propria forza nel movimento con cui si staccano dalla materia: di quella forza e di &#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nessun artista meglio di&nbsp;<em>Michelangelo</em>&nbsp;è riuscito a raffigurare lo sforzo necessario per uscire dalla materia, a descrivere la difficoltà e la forza con cui, nell’atto di separazione, si porta a compimento una nascita. Pur non giungendo a una forma, i&nbsp;<em>Prigioni</em>&nbsp;trovano la propria forza nel movimento con cui si staccano dalla materia: di quella forza e di quella difficoltà Michelangelo fa la propria opera. A questa penso quando davanti a me vedo coppie battagliare per definire una separazione, per costruire o ritrovare un io e un tu che nella relazione, in qualche modo, sembrano essersi persi. Se non giunge a compimento, il movimento resta moto di rabbia con cui ci si sente defraudati, espropriati, non riconosciuti, riducendo l’altro a ragione di impedimento. Il processo con cui si giunge a una separazione fa la differenza: lasciare che altri, per quanto esperti in materia di separazione, stabiliscano cosa è giusto, ragionevole e desiderabile per esistere e nella relazione con i propri cari costituisce un atto di&nbsp;<em>auto-espropriazione</em>, così come rovesciare sull’altro la responsabilità del fallimento di un’impresa costruita in due è un atto di automutilazione. Quando ci si vuole convincere che la colpa sia dell’altro, ci si espropria di una responsabilità che è strutturante e costitutiva per ciascuno di noi.</p>



<p>La Pratica Collaborativa fa in modo che tutto questo&nbsp;<strong>non avvenga</strong>; nella Pratica Collaborativa sta a ciascuno dei coniugi trovare le parole, esprimere paure, esigenze e desideri, mettere in campo, insieme alle difficoltà, le risorse di cui si dispone perché il processo di separazione non trovi nella rivendicazione un presunto moto di auto-affermazione. Non si tratta di dividere contabilizzando quel si crede di avere o di perdere, quanto piuttosto di dare forma e vita a un progetto in cui l’uno e l’altro si distinguano nella forza e nella capacità creativa. Così come, sbaragliando la logica matematica, rispetto ai figli ciascun genitore è responsabile al 100%, così l’accordo che i coniugi possono trovare in una separazione collaborativa va oltre ciò che il diritto può offrire loro in termini di spartizione di tempo, denaro, affetti, doveri e diritti appunto. Il diritto a esistere con forza, slancio e audacia non può essere dato da terzi, così come testimonia la frustrazione di tanti avvocati che usciti vincitori da una causa di separazione si imbattono nello sguardo avvilito dei propri assistiti che, pur vincendo, sanno di aver perso. Come ci indica con forza&nbsp;<em>Michelangelo</em>, la separazione è un&nbsp;<strong>atto creativo</strong>. Se si rinuncia a questo, se ci si appiattisce a un presunto realismo fatto di cose e impegni da spartirsi, a risaltare è quella tristezza che, in presenza dei figli, si dispiega dinnanzi ai loro occhi divenendo insegnamento di indolenza e vittimismo.</p>



<p>La Pratica Collaborativa mette al centro gli interessi di ciascuno, &nbsp;primo tra tutti l’interesse per i figli perché fungono da ispirazione alla creazione di nuovo progetto familiare capace di andare oltre le ragioni del conflitto. Ecco che quel che appare un ossimoro ‘<strong>separazione collaborativa</strong>’, acquista senso e valore in una pratica che non elude la difficoltà e che mette al centro la responsabilità di ciascuno chiamando intorno al tavolo le parti che si impegnano a creare soluzioni e trovare un accordo che ha come fondamento gli interessi di entrambe i coniugi.</p>



<p>Pur lasciando irrisolta la situazione di tante famiglie che costituivano sino alla scorsa generazione la consuetudine di accordi familiari che vedevano un coniuge dedito al lavoro e l’altro ai figli e alla casa, dell’ultima nota sentenza della cassazione (10/05/2017 n° 11504) resta una bella indicazione:&nbsp;<strong>l’importanza della costruzione di un’indipendenza indispensabile</strong>&nbsp;perché la famiglia non divenga ambito d’elezione del sacrificio e della rivendicazione. Questa suggestione può ispirare tutte le figure coinvolte nella Pratica Collaborativa che, lasciando all’orizzonte specifici saperi in materia di separazione, prestano ascolto alle esigenze, agli interessi e ai desideri dei coniugi per dare insieme a loro forma a un progetto in cui si distinguano due individui, liberi di costruirsi un avvenire, di amare e occuparsi dei propri figli. Lavorando come psicoterapeuta ho in mente quotidianamente la difficoltà con cui una persona, provocata da un sintomo o mossa da un disagio, si mette in gioco arrivando a dire cose che si fatica ad ammettere anche a se stessi, trovando nelle proprie parole e nell’elaborazione il sollievo di una lettura inedita; si tratta di una difficoltà che ha molti elementi in comune con quella che incontrano due coniugi che, accogliendo e facendo propri i principi di trasparenza e buona fede, si impegnano a separarsi collaborando: in entrambe i casi quel che è in gioco è un percorso di sogettivazione, quel processo con cui, differenziandosi, ci si individua.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
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		<title>La facilitazione visuale: un nuovo linguaggio per la Pratica Collaborativa?</title>
		<link>https://praticacollaborativa.it/facilitazione-visuale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mordiglia Mariacristina]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Oct 2017 15:33:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di approfondimento]]></category>
		<category><![CDATA[Principi]]></category>
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					<description><![CDATA[Il prof. Bruno Cavallone, illustre professore di Diritto processuale civile nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Milano, nell’intrigante libro “La borsa di miss Flite” inquadra l’avvio del processo civile come l’ingresso in un nuovo mondo, accessibile a pochi che, soli, ne conoscono le mosse e il linguaggio: “La notificazione (parliamo sempre, beninteso, di &#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il prof. Bruno Cavallone, illustre professore di Diritto processuale civile nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Milano, nell’intrigante libro “<em>La borsa di miss Flite</em>” inquadra <strong>l’avvio del processo civile come l’ingresso in un nuovo mondo</strong>, accessibile a pochi che, soli, ne conoscono le mosse e il linguaggio: “<em>La notificazione (parliamo sempre, beninteso, di quella dell’atto introduttivo) è dunque in realtà un&nbsp;</em>tocco magico<em>, capace di effetti favolosi, come quello di trasferire i soggetti della controversia in un mondo artificiale dove la lite si trasforma in una lotta metaforica; ……… dove si parla un linguaggio diverso da quello consueto; dove il tempo reale si ferma, perché gli effetti del giudicato, sulle questioni identificate e descritte nell’atto notificato, retroagiranno proprio a quel momento genetico…; dove vigono regole di comportamento astruse che solo gli iniziati conoscono e sanno applicare; dove, infatti, ci si può di solito muovere soltanto con l’aiuto di guide e interpreti professionali, vestiti di apposite uniformi e autorizzate ad attraversare in qualsiasi momento e in entrambi i sensi il confine tra i due mondi, perché dotati di doppia cittadinanza”.</em></p>



<p>Se questo è il mondo artificiale del giudizio, lontano e distaccato da quello reale, noi vogliamo provare a contrapporre, nei conflitti gestiti con il metodo collaborativo, un mondo vicino, radicato nella realtà, dove gli effetti non possono prescindere dalla situazione concreta che i confliggenti trovano ogni sera varcando la soglia di casa loro; <strong>dove il linguaggio viene facilitato divenendo più chiaro, accogliente ed accessibile a tutte le parti in gioco</strong>; dove durante lo scorrere del tempo e dei lavori le cose lentamente si comprendono e, possibilmente, trasformano; dove le “guide” rimangono a fianco delle persone in difficoltà, disposte ad ascoltarle ed a tradurre quanto viene loro riferito, in modo da aiutarle a comprendere da sole e ad attivare, nei casi migliori, uno spontaneo cambiamento.</p>



<p>Nella complessità di queste situazioni la cosa più importante è cominciare a renderle semplici, possibilmente sdrammatizzandole, cercando di fare maggior chiarezza per arrivare ad una comprensione dei problemi che sia la più lineare possibile.</p>



<p>E’ qui che a mio avviso potrebbe avere buon gioco nel lavoro dei professionisti collaborativi sperimentare il nuovo linguaggio della&nbsp;<strong>facilitazione visuale</strong>: uno strumento per rendere visibili i processi mentali di una persona, aiutandola a traghettare le idee dal pensiero alla forma, portando chiarezza, efficienza e sviluppando la partecipazione attiva negli incontri delle persone coinvolte.</p>



<p>Il facilitatore visuale ascolta, pensa e disegna. Fissa i diversi punti di vista in modo che diventino comprensibili a tutti allo stesso modo. Rende gli incontri più coinvolgenti ed interattivi.</p>



<p>Nel dipanare la matassa del conflitto da sciogliere, il riuscire a rappresentare visivamente e con la massima semplicità i nodi più o meno profondi, piuttosto che gli strumenti a disposizione per scioglierli e l’interazione tra questi (imparando ad utilizzare le icone, il&nbsp;<em>lettering</em>, i&nbsp;<em>frame</em>), è certamente un metodo per rendere più facile a tutti la comprensione dei problemi.</p>



<p>Dopo aver subìto per anni il fascino di questa pratica, mi sono finalmente formata avendo la conferma che anche un avvocato può superare il “blocco del foglio bianco” e lasciarsi andare all’immaginazione. Scoprendo anche che è meno difficile di quanto si pensi!</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft"><img decoding="async" src="https://cdn.praticacollaborativa.it/wp-content/uploads/2017/10/La-facilitazione-visuale-230x300.png?strip=all&sharp=1&fit=230%2C300" alt="" class="wp-image-2763" width="230" height="300" /></figure>
</div>


<p>Cimentatami poi nella rappresentazione visuale del cambio di&nbsp;<strong>paradigma del professionista collaborativo</strong>, ho poi utilizzato i disegni realizzati</p>



<p>appendendo i manifesti con semplici mollette da bucato in alcune presentazioni della Pratica Collaborativa.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignright"><img decoding="async" src="https://cdn.praticacollaborativa.it/wp-content/uploads/2017/10/La-facilitazione-visuale3-219x300.jpeg?strip=all&sharp=1&fit=219%2C300" alt="" class="wp-image-2773" width="219" height="300" /></figure>
</div>


<p><br>Ebbene, ho avuto la netta sensazione di essere enormemente più comunicativa nel trasmettere i singoli aspetti del cambiamento, notando anche negli ascoltatori destarsi un interesse ed un coinvolgimento che difficilmente avrei ottenuto con le sole parole (e forse anche con delle slide).</p>



<p>Mi immagino quindi <strong>un laboratorio per esplorare l’uso delle immagini nella creazione di mappe concettuali che supportino i partecipanti nell’esplorazione delle loro dinamiche relazionali</strong>, nella co-progettazione del loro futuro, nell’apprendimento e in generale nel lavorare insieme.</p>



<p>Un laboratorio quindi per imparare, e forse in parte costruire&nbsp;<em>ex novo</em>, le tecniche di base per raccogliere in maniera visiva e creativa le informazioni ed emozioni che emergono dagli incontri a più voci di Pratica Collaborativa, utilizzando segni, icone e strutture basi (modelli visuali). Questi ultimi, per facilitare il nostro lavoro, potrebbero essere precedentemente preparati, e successivamente completati durante gli incontri, acquistando una loro unicità, con il dipanarsi in ogni singolo caso e con l’acquisizione degli apporti individuali di tutte le parti coinvolte.</p>



<p>Tutto ciò per mantenere <strong>il comune obiettivo di rimanere ben piantati nel mondo reale</strong>, scavando nello stesso, se e fino a quando necessario, al fine di ottenere risultati chiari, condivisi e in tempi brevi.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Institute 2017: Cosa ho portato a casa</title>
		<link>https://praticacollaborativa.it/institute-2017-esperienza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Squilloni_antonella]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Jul 2017 15:42:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli di approfondimento]]></category>
		<category><![CDATA[Principi]]></category>
		<category><![CDATA[Professionisti]]></category>
		<category><![CDATA[Vita associativa]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://praticacollaborativa.it/?p=2083</guid>

					<description><![CDATA[Tornando a casa, nel lungo viaggio verso l’Italia, ripensavo e riflettevo sui quattro giorni trascorsi a Honolulu, insieme a quelli che ormai considero “i miei amici americani”. Credo che uno dei principali punti di forza degli incontri organizzati da IACP non sia solo quello di approfondire la conoscenza della Pratica Collaborativa, ma anche di ampliare &#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Tornando a casa, nel lungo viaggio verso l’Italia, ripensavo e riflettevo sui quattro giorni trascorsi a Honolulu, insieme a quelli che ormai considero “i miei amici americani”.</p>



<p>Credo che <strong>uno dei principali punti di forza degli incontri organizzati da IACP</strong> non sia solo quello di approfondire la conoscenza della Pratica Collaborativa, ma anche di ampliare la conoscenza tra i professionisti e lo scambio di punti di vista diversi ed esperienze personali.</p>



<p>Tutto ciò permette di aggiungere nella “cassetta degli attrezzi” l’apprendimento di nuovi approcci sia dal punto di vista tecnico che umano.</p>



<p>Quest’anno la mia scelta si è diretta verso il corso di Pauline Tesler.</p>



<p>Insieme a Pauline abbiamo <strong>approfondito la conoscenza della nostra identità come professionisti collaborativi</strong>, dei bisogni umani e del loro impatto sulle scelte personali nel quadro definito dalla legge e oltre questa.</p>



<p>Spero di poter condividere&nbsp;&nbsp;questi strumenti con il mio gruppo&nbsp;pratica, per approfondire la nostra discussione sul messaggio centrale e sull’importanza di lavorare su di noi per realizzare un efficace cambio di&nbsp;paradigma.</p>



<p>L’Institute non è solo un’opportunità per approfondire le tecniche collaborative, ma anche per socializzare con la grande famiglia IACP.</p>



<p>Nella meravigliosa cornice di Paradise Cove, abbiamo trascorso una serata piacevole sotto l’impeccabile direzione dello staff&nbsp;&nbsp;IACP.</p>



<p>Anche questo è un bellissimo ricordo da portare a casa.</p>



<p>Grazie Pauline, grazie IACP e&#8230; ci vediamo a Philadelphia per un altro&nbsp;step.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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