TUTTI UNITI PER SEPARARSI. IL PARADOSSO VINCENTE DELLA PRATICA COLLABORATIVA 2° TAPPA: LA CASA CROLLA

CLICCA QUI PER VEDERE IL VIDEO

Perché la separazione non si traduca in un’esperienza disperante, occorre dedicarvi tempo e cura. Ricorrere a soluzioni rapide che allevino velocemente il dolore, magari delegando il difficile compito a un esperto che, promettendo una vittoria, cancelli anche il dispiacere di aver perduto qualcosa di importante, comporta un’espropriazione. Facendo appello al pensiero magico infantile, si può pensare di richiede un intervento in anestesia, che traghetti fuori dall’esperienza dolorosa; ma lasciare che siano altri a risolvere i propri conflitti significa espropriarsi di un’esperienza preziosa, trovarsi altrove in un momento importante della propria vita.

La pratica clinica insegna quanto il rimedio spesso sia peggio del male e quanta forza si possa trarre dalla traversata di un dolore.

Quando la casa crolla e la relazione si trasforma, la più istintiva reazione al dolore dovuto alla perdita è la proiezione: un meccanismo di difesa che permette di portare fuori da sé, come fosse cosa estranea, tutto ciò che è fonte di sofferenza. Nel momento in cui la coppia scoppia, c’è un tempo in cui l’uno può intravedere nell’altro il nemico, attribuirgli ciò che c’è di più disdicevole e che si fatica a riconoscere come proprio, fino a disprezzare tutto quel che sino a poco prima è stato oggetto di desiderio o fonte di piacere.

Le separazioni più turbolente insegnano quanto non sia l’amore a tenere avvinti all’altro ma piuttosto la sua negazione, l’odio degradato a rancore. Affinché la separazione non prenda la forma di un legame disperante occorre che certi meccanismi di difesa abbiano un tempo e trovino il modo di articolarsi; occorre che il rancore con cui ci si tiene legati all’altro, e all’idea di un torto subito, ceda il passo all’elaborazione del lutto.

Se si è amato, si è in grado di amare differentemente. Tollerare la perdita comporta poter lasciare andare ciò che non c’è più, riappropriarsi e rimettere in gioco amore e odio ritrovando, anche grazie al dolore, la forza e la responsabilità necessaria per continuare a scrivere la propria storia.

La Pratica Collaborativa lavora in questa direzione, invitando le parti a sedersi intorno a un tavolo, impegnandole nella ricerca delle parole per dire e decifrare i propri e gli altrui interessi, affinché il progetto familiare che si va disegnando possa tener conto di entrambi.

Nel momento in cui ci si sente più vulnerabili si è propensi alla chiusura, alla diffidenza, si è pronti a direzionare le proprie energie allo scontro; la Collaborativa invita a praticare una sorta di paradosso che ha in sé il senso della cura: solo lavorando insieme ci si può separare bene. Se si tiene conto anche dell’altro e delle sue esigenze, la separazione non costituisce un trauma e la perdita diviene la premessa di nuove acquisizioni.

Le separazioni costellano la vita di ciascun individuo; ognuna di esse è un’occasione per dar forma ad una sempre più articolata capacità di amare.

 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               Federica Marabini