Tutti uniti per separarsi: il paradosso vincente della Pratica Collaborativa

Lettura introduttiva al Corso di formazione nella Pratica Collaborativa – Lucca 12, 13 e 14 settembre 2011

La notizia – Il 25 marzo 2010, al termine dei primi due corsi di formazione in diritto collaborativo organizzati dall’Aiaf Lombardia, é stata costituita l’Associazione Italiana Avvocati di Diritto Collaborativo (AIADC) , con sede a Milano, www.diritto-collaborativo.it la quale si propone di promuovere anche in Italia la cultura e la pratica collaborativa ideata circa venti anni fa nel Nord America ma ormai praticata anche in Canada, Australia, Israele ed in vari Stati dell’Europa come l’Inghilterra, l’Irlanda, la Scozia, la Francia, la Germania, la Svizzera, l’Austria, i Paesi Bassi, la Repubblica Ceca.

Di cosa si tratta dunque?

La pratica collaborativa rappresenta un modo nuovo di separarsi e, più in generale, di risolvere le controversie familiari, alternativo sia al procedimento giudiziale contenzioso che alla negoziazione stragiudiziale tradizionale diretta al raggiungimento di un accordo. Tale pratica si pone come prioritario l’obiettivo di salvaguardare il mantenimento di buone relazioni fra i componenti del nucleo familiare, anche dopo la separazione, nell’interesse sì dei figli ma anche degli adulti coinvolti che, al termine di un riuscito percorso collaborativo, improntato al rispetto reciproco, avranno raggiunto accordi soddisfacenti per entrambi.

La novità – Presupposti teorici e modalità tecnica della pratica collaborativa (d’ora in poi anche abbreviata CP) sono decisamente nuovi rispetto al tradizionale modo di concepire una separazione da parte dell’ordinamento giuridico italiano.

Un primo presupposto teorico della CP é che una separazione (o un divorzio) non si possa affrontare solo da un punto di vista legale perché “il Problema” per il/del cliente é ben più complesso e sfaccettato, composto allo stesso tempo da questioni legali, finanziarie, psicologiche, relazionali e di riorganizzazione della propria esistenza, e ciò nella normalità dei casi, a prescindere da particolari situazioni in cui ricorrano patologie ed eccessi.

Inoltre, nella decisione della vita futura, sua e dei figli, il cliente deve rimanere il vero protagonista, senza delegare le relative scelte all’autorità giudiziaria e/o agli avvocati e per fa ciò egli deve essere messo nella condizione di effettuare le scelte migliori anche in un momento di maggior fragilità come é, quasi sempre, quello della separazione.

Infine, nel ricercare una soluzione alle questioni conseguenti alla separazione di una coppia non é funzionale al benessere di adulti e figli la logica della contrapposizione che implica vi sia un vincitore e un vinto perché entrambe le parti devono sentirsi soddisfatte del risultato raggiunto.

Partendo da questi presupposti teorici è stata pensata e perfezionata nel tempo una tecnica che si propone il raggiungimento dei predetti obiettivi attraverso un lavoro di squadra, squadra composta necessariamente almeno dalle due parti e dai rispettivi avvocati (uno per ciascuna parte) ed eventualmente anche da altri professionisti, come il commercialista o esperto finanziario, lo specialista dei bambini, uno o più esperti di relazioni familiari.

A tutti i professionisti del team é richiesta la formazione nella pratica collaborativa, oltre alle specifiche competenze e ai relativi titoli connessi alla singola area di competenza.

Nell’ambito di questo lavoro di squadra sono elementi essenziali il rispetto reciproco, una sintonia d’intenti e di modalità di azione, il riconoscimento reciproco dell’importanza delle competenze altrui, l’osservanza di un determinato comportamento e di una certa tecnica di negoziazione che non è possibile approfondire in questa sede.

Tutti i professionisti coinvolti ricevono un incarico limitato al raggiungimento dell’accordo e nessuno di loro potrà prestare la propria attività professionale nell’eventuale giudizio contenzioso fra le parti che dovesse seguire al percorso collaborativo qualora questo fallisse.

Questo, che potrebbe essere considerato un limite (si deve ricominciare tutto daccapo, con altri avvocati e duplicazione di spese!) é, invece, il punto di forza della pratica collaborativa e il rispetto di questa condizione é essenziale per qualsiasi modello di CP.

Parti e professionisti non hanno altro obiettivo che raggiungere un accordo soddisfacente per entrambe le parti e il fallimento del percorso sarebbe vissuto da tutti come il fallimento personale e professionale di ciascuno dei componenti della squadra, ossia in termini tradizionali equivarrebbe ad aver “perso la causa”.

Molti avvocati, che da anni affrontano con ottica conciliativa la risoluzione delle controversie familiari, potrebbero obiettare che la pratica collaborativa rappresenti un inutile e dispendioso appesantimento del tradizionale modo di negoziare nell’ottica di giungere ad una separazione consensuale.

Se indubbiamente il metodo tradizionale continua a rappresentare una valida opzione per alcune coppie, per le quali può risultare non indicata la pratica collaborativa, vi è grande differenza tra le due modalità di negoziazione.

Nella pratica collaborativa le parti sono sempre presenti alle riunioni e interagiscono direttamente fra loro, oltre che con i professionisti, perché solo dal loro costruttivo confronto potranno individuarsi le soluzioni che soddisfino gli interessi di entrambe.

Ciò è particolarmente importante perché in questo modello rilevano non solo i diritti ma anche e soprattutto gli interessi reali del caso di specie che possono talvolta essere maggiormente soddisfatti da sistemazioni diverse da quelle previste dalla legge in via generale.

La partecipazione delle parti è fondamentale anche al fine di capire la ragione sottesa a certe posizioni, comprensione necessaria per superare la logica della trattativa basata sulle contrapposizione delle posizioni e passare a quella basata sulla soddisfazione degli interessi.

Nella pratica collaborativa le parti s’impegnano a scambiarsi tutte le informazioni rilevanti al fine di adottare le decisioni con piena consapevolezza della situazione di fatto, economica e personale.

A fronte di tale reciproca esposizione delle parti tutte le informazioni e i documenti che vengono messi a disposizione, e che non sarebbero altrimenti liberamente accessibili all’altra parte, godono del privilegio della riservatezza alla quale tutti s’impegnano così che tale materiale non potrà essere utilizzato nell’eventuale giudizio contenzioso né i professionisti coinvolti nel CP potranno essere indicati come testimoni.

I professionisti che lavorano a un caso condotto in modo collaborativo ispirano il loro operato ai medesimi principi, condividono un’identica formazione alla pratica collaborativa e adottano una stessa metodologia di negoziazione:

Questo fa sì che si eviti quanto può accadere invece nella trattativa stragiudiziale tradizionale, ove spesso si confrontano avvocati che interpretano il loro ruolo in modo completamente opposto e ispirano la loro condotta ad uno stile molto diverso.

Solo da un punto di vista meramente processuale é identico il risultato di una negoziazione condotta in modo tradizionale rispetto a quella condotta secondo il modello collaborativo: in entrambi i casi, infatti, all’esito positivo dei percorsi verrà depositato ricorso per separazione consensuale (o per la cessazione degli effetti civili/scioglimento di matrimonio).

Il “team” che lavora al caso – Ciò che differenzia in modo cruciale le due modalità di negoziazione è proprio l’importanza, nella pratica collaborativa, del lavoro di squadra ed i rapporti che intercorrono fra le parti, fra l’avvocato di una parte e l’altra parte, tra i vari professionisti coinvolti, fra i due avvocati e fra questi ed i vari specialisti di altre materie.

Il successo della negoziazione dipende in gran parte dall’affiatamento del gruppo di lavoro e dalla condivisione delle stessa metodologia.

Gli avvocati, pur assistendo ciascuno il proprio cliente, non considereranno mai l’altra parte la “controparte” perché l’interesse dell’una parte é strettamente interdipendente con l’interesse dell’altra parte e l’incarico professionale viene conferito dal cliente per essere assistito al fine di raggiungere un risultato soddisfacente per entrambe le parti.

Da quanto appena descritto é evidente che il risultato del lavoro di tale squadra dipende in larga misura dalla competenza e dall’atteggiamento di ciascun componente della squadra e pertanto é interesse di ciascuno a che la stessa funzioni nel migliore dei modi.

Non é dunque un caso che la pratica collaborava nel mondo sia organizzata attraverso una vera e propria comunità nella quale le varie organizzazioni operanti nei differenti Stati si ritrovano strettamente connesse e comunicanti.

Mentre possiamo essere eccellenti avvocati solisti in senso tradizionale non possiamo sperare di ottenere alcun buon risultato come avvocati collaborativi se non interagendo con altri professionisti, altrettanto capaci e competenti.

I gruppi territoriali di pratica collaborativa, le associazioni nazionali, l’International Academy of Collaborative Professionals – Da qui nasce l’interesse reciproco ad un elevato livello di formazione, ad un costante aggiornamento, a coltivare dinamiche relazionali fra professionisti improntate a chiarezza, anche al prezzo di “conversazioni difficili”, ad un continuo confronto nell’ambito di gruppi sempre più ampi: dal team che lavora allo specifico caso, ai gruppi che riuniscono numerosi professionisti con competenze diverse (più avvocati, più commercialisti, più psicologi ecc.) che esercitano la pratica collaborativa nell’ambito di un certo territorio, fino ad arrivare all’associazione di carattere internazionale quale l’International Academy of Collaborative Professionals (IACP) www.collaborativepractice.com, che ha sede in Phoenix (AZ), alla quale aderiscono attualmente circa 4.300 professionisti, appartenenti a 20 Stati diversi, che promuovono nel mondo la pratica collaborativa.

Ogni anno l’IACP organizza un Forum che rappresenta il momento più importante del costante confronto dei suoi associati che in quell’occasione convergono da ogni parte del mondo per scambiare esperienze, individuare ulteriori obiettivi, condividere momenti di formazione e di aggiornamento.

Per la prima volta nell’ottobre 2010 ho partecipato al Forum, che si è tenuto a Washington, e mi sono trovata a lavorare, perfettamente a mio agio, con altri 650 professionisti, fra colleghi, commercialisti e professionisti di area psicologica provenienti da altri 11 paesi del mondo.

Si é trattato di un’esperienza veramente entusiasmante che mi ha fatto molto riflettere proprio perché ho potuto non solo approfondire una tecnica nuova ma soprattutto vivere, come professionista, lo spirito della pratica collaborativa attuato con successo in un contesto di nazioni, lingue, culture, professioni e religioni diverse.

Quella sensazione di benessere e di sicurezza che ho provato nell’ambito della comunità professionale collaborativa la immagino simile a quella che può vivere la coppia all’interno del team collaborativo con il quale la stessa lavora per ricercare una soluzione alle questioni conseguenti alla sua separazione.

Confrontarsi con le differenze nell’ambito di una comunità che sostiene e incoraggia anziché in un contesto di conflitto che isola e contrappone rappresenta, per parti e professionisti, la modalità migliore per individuare, nelle situazioni più difficili, soluzioni che consentano di procedere guardando al futuro piuttosto che rimanere paralizzati con lo sguardo volto al passato.

Proprio a proposito del futuro che cerchiamo di costruire anche in casa nostra segnalo che dal 2 al 4 dicembre 2010 si é tenuto il Board europeo grazie all’ospitalità dell’Istituto Italiano di Diritto Collaborativo (www.iicl.it), l’altra associazione italiana di pratica collaborativa con sede a Roma, e che, con il supporto della stessa AIADC, si è fatta carico dell’organizzazione dell’incontro fra i rappresentanti delle pratiche collaborative degli stati europei, alla quale ha partecipato anche il Presidente dell’IACP ed altri suoi esponenti.

La pluriennale esperienza americana e le emergenti pratiche europee hanno potuto confrontarsi costruttivamente anche al fine di individuare come affinità e differenze delle varie realtà possano indirizzare la pratica collaborativa nel nostro continente.

Un dialogo dunque aperto a tanti livelli, anche fra associazioni dello stesso paese e di paesi diversi, e fra continenti diversi, dialogo che riempie di significato la pratica collaborativa che promuove se stessa innanzitutto con un modo di essere prima ancora che con le parole.

Contestualmente al confronto predetto le due associazioni italiane di diritto collaborativo, AIADC e IICL, continuano l’opera di formazione dei professionisti nella nuova pratica collaborativa.

L’AIADC, in collaborazione con l’Aiaf Lombardia, ha organizzato due ulteriori corsi di formazione a Milano nel novembre 2010, condotti da formatori canadesi (Nathalie Boutet e Cori Kalinowski) come i primi due della primavera dello stesso anno (Louise Woodfine e Nathalie Boutet) , e due corsi a Treviso nel marzo 2011, questi ultimi con i formatori inglesi Duane Plant e William Hogg.

In Toscana – Dopo alcuni incontri in occasione dei quali esperti di diritto collaborativo hanno introdotto ai principi basilari di tale pratica (a Firenze il 17.11.2010 Jack Himmelstein e Gary Friedman e, sempre a Firenze, il 17.05.2011 Shireen Meistrich) nei giorni 12, 13 e 14 settembre 2011 si terrà a Lucca il primo corso toscano di formazione in diritto collaborativo organizzato in sinergia dalle associazioni AIADC, AIAF e Aiaf Toscana.

Il corso, aperto a 30 avvocati, 10 commercialisti e 10 psicologi ed in genere professionisti dell’area della salute mentale, sarà tenuto da due formatrici americane, l’avv. Sherri Goren Slovin, Past President dell’IACP, e dalla psicologa Barbara Hummel, e darà la possibilità di acquisire le competenze base per la pratica collaborativa secondo gli standards dell’IACP .
Sempre in Toscana, e più precisamente a San Gimignano, dal 18 al 21 maggio 2011, si é svolto un incontro internazionale per formatori nella pratica collaborativa dal titolo “From the pillars to the towers” al quale hanno partecipato professionisti coinvolti nella pratica e nella promozione di questa modalità di risoluzione dei conflitti provenienti da molti stati europei e anche dagli Stati Uniti d’America.

Carla Marcucci